Nel corso del Rinascimento, in Italia, si afferma una nuova tipologia architettonica chiamata studiolo. Si tratta di un ambiente riservato al lavoro intellettuale e alla contemplazione delle opere d’arte.
Lo studiolo di Francesco Petrarca
Uno dei primi esempi conosciuti di studiolo è quello di Francesco Petrarca, il quale riserva una stanza alla lettura e alla scrittura nella sua residenza di Arquà, vicino Padova, dove vive dal 1369 sino alla sua morte nel 1374.
Lo studiolo ha le pareti decorate a motivi floreali, nicchie per i libri e una finestra aperta sulla campagna.
La presenza della finestra è importante poiché mantiene un benefico equilibrio fra vita attiva e vita contemplativa. Lo studio, insomma, deve avere un’apertura per vedere un giardino o un paesaggio.
Da alcune testimonianza grafiche, si capisce che lo studio è pieno di libri e di strumenti della scrittura. Compaiono anche clessidre e orologi per segnare il tempo, piccole opere devozionali e strumenti scientifici. Tra questi, non manca la sfera armillare che riproduce in miniatura la struttura dell’universo tolemaico quando si pensava, erroneamente, che la Terra fosse al centro dell’universo.
Lo studiolo dei Santi
La presenza di oggetti scientifici per comprendere la struttura dell’universo è riscontrabile anche negli studioli di quei santi famosi per le loro doti letterarie. Agostino e Girolamo sono colti da un’illuminazione divina mentre raggiungono la massima concentrazione.


Botticelli, Visione di S. Agostino, 1480 
Antonello da Messina, S. Girolamo nello studio, 1474-75
Per Botticelli, Carpaccio e Antonello da Messina l’illustrazione di questi spazi è il pretesto per rappresentare un ambiente prospettico, modulare la luce e le ombre provenienti dall’esterno e suggerire la terza dimensione (la profondità).
L’ingresso degli oggetti d’arte negli studioli
Dagli inizi del Quattrocento, accanto ai libri e alle carte familiari, appare una novità all’interno degli studioli. Si trovano, infatti, delle opere d’arte, soprattutto vestigia del mondo classico.
La conoscenza del mondo classico è uno dei principi fondamentali dell’Umanesimo. Il proprietario dello studiolo, dunque, non si accontenta della lettura dei testi antichi in lingua latina ma vuole circondarsi di oggetti capaci di stabilire un rapporto visivo con l’antichità per imitarne le virtù.
Gradualmente, quindi, lo studiolo consente al proprietario di mettere in mostra la propria ricchezza e il proprio gusto attraverso una piccola collezione di oggetti d’arte.
Lo studiolo: una doppia funzione
Così, intorno alla metà del XV secolo, lo studiolo non è più soltanto uno spazio dedicata alle lettere, allo studio e alla meditazione ma diventa una camera del collezionismo. Accanto ad una funzione privata, lo studiolo acquisisce un ruolo sociale in quanto viene regolarmente mostrato agli ospiti di maggior riguardo come una dimostrazione di privilegio, benevolenza e propaganda da parte del proprietario.
All’interno, quindi, trovano posto dipinti, piccole sculture, strumenti scientifici e musicali.
Il soffitto dello studiolo di Piero de’ Medici
Nel palazzo fiorentino Medici-Riccardi, Piero de’ Medici (il Gottoso), signore di Firenze dal 1464 al 1469 e padre di Lorenzo il Magnifico, ha uno studio con numerosi oggetti d’oro e d’argento, vasi e gemme, libri miniati e medaglie.
Il soffitto è decorato con 12 medaglioni in terracotta policroma invetriata realizzati da Luca della Robbia raffiguranti i mesi dell’anno.
I soggetti si basano sulle pratiche agricole stagionali e ricordano a Piero la vita di campagna nelle ville della famiglia. La vista di un soffitto dai delicati toni azzurri era veramente gradevole e sorprendente.
Dopotutto, Antonio Filarete scrive che Piero si reca nello studiolo non per scrivere, ma soprattutto per motivi di diletto e di frivolezza trascorrendo delle ore ad osservare la propria collezione di opere d’arte.
All’interno dello studiolo di Andrea Odoni
Per rendere l’idea di un allestimento di uno studiolo rinascimentale, esiste un dipinto di Lorenzo Lotto che ritrae un facoltoso mercante veneziano di origini lombarde, Andrea Odoni. Lo scopo dell’opera è di esprimere le virtù del ritraente attraverso i pezzi della propria raccolta di antichità faticosamente raccolti ed acquistati nel corso degli anni.

Il mercante stringe nella mano destra una statuetta di Diana di Efeso mentre l’altra mano è posata sul petto e su una croce suggerendo che il cristianesimo ha la precedenza sulla natura e sulle divinità pagane. La maggior parte delle sculture, probabilmente calchi in gesso di originali, raffigurano Afrodite/Venere (un busto in primo piano con la testa mozzata e, in secondo piano, una Venere al bagno) ed Ercole (sulla sinistra, di spalle, in lotta con Anteo, e una figura stante con la pelle di Leone). La testa in primo piano, in basso, è dell’imperatore Adriano.
Lo studio di Odoni, quindi, si caratterizza come un luogo di meditazione e di contemplazione del passato.
Lo studiolo di Lionello d’Este
Lo studiolo del marchese di Ferrara, Lionello d’Este, nella residenza suburbana di Belfiore (oggi scomparsa) ha per la prima volta una decorazione di stampo umanistico ideato dal poeta Guarino da Verona. Nella metà del ‘400, quindi, il marchese si affida ad un letterato per ideare l’allestimento decorativo dell’ambiente.
La scelta ricade sulla rappresentazione di otto Muse, giovani donne sedute in trono, una sorta di intelligenze che indicano un’attività o un’arte umana. Ad ogni musa, corrisponde un epigramma ossia una breve iscrizione poetica pensata da Guarino.
La musa Tersicone, ad esempio, ha inventato la danza e, quindi, è rappresentata con tre puttini che ballano. Cerere, invece, è associata alla fertilità agraria. Oggi, queste opere si trovano in diversi musei e sono databili negli anni compresi fra il 1450-60.
La costruzione prospettica delle opere, con un punto di fuga molto basso, fa pensare che la loro disposizione sia in alto, a coprire le pareti al di sopra della spalliera. Per gli umanisti, le muse sono garanti dell’armonia cosmica e rappresentano le scienze e le arti.
PER APPROFONDIRE. Lo studiolo di Belfiore, clicca qui
A Urbino, il più bel studiolo del Quattrocento
Nei primi anni Settanta del ‘400, il duce di Urbino, Federico da Montefeltro, crea uno studio all’interno del Palazzo Ducale, in cui, spogliato dagli abiti del condottiero militare, medita sul buon governo in un personale percorso di perfezionamento intellettuale e spirituale.

La camera si trova nel nucleo centrale della zona privata, tra i due torroncini esterni, e si apre sull’intero paesaggio marchigiano. Si riprende, perciò, una consuetudine inaugurata dallo studio di Petrarca poiché il panorama dona un ristoro spirituale.
Una decorazione di legno e di sommi letterati
La parte bassa delle pareti è decorata con pannelli lignei intarsiati che raffigurano illusionisticamente nicchie entro cui sono disposti gli oggetti della vita quotidiana e delle passioni del duca: armi, strumenti musicali e scientifici, libri, scatole, clessidre, orologi. Insomma, è rappresentato l’aspetto militare, scientifico e letterario.
L’utilizzo della prospettiva nei pannelli lignei aumenta la percezione dello spazio volumetrico della stanza e crea numerose illusioni ottiche tanto che gli oggetti sembrano sporgere dalle mensole degli armadi aperti, con giochi di angolature e di ombre.

Nella parte superiore, invece, c’è una serie di 28 ritratti di sapienti, medievali e coevi, attributi ai pittori di tradizione fiamminga Giusto de Gand e Pedro Berruguete. Secondo Plinio il Vecchio, è opportuno decorare la biblioteca con un ciclo di uomini illustri che, in questo caso, simboleggia una sorta di genealogia intellettuale del duca stesso.
I sapienti, ritratti a mezzo busto e di tre quarti, con colori brillanti, legittimano la sapienza del duca. Sono rappresentanti di un sapere laico e religioso. Si dispongono a coppie, sotto un loggiato con un soffitto a travi e, alternativamente, a volta.
In particolare, essi sono Platone, Aristotele, San Gregorio, San Girolamo, Tolomeo, Boezio, Sant’Ambrogio, Sant’Agostino, Euclide, Pio II, Bessarione, Solone, Bartolo da Sassoferrato, Alberto Magno, Sisto IV, Ippocrate, Pietro d’Abano, Dante, Petrarca, Cicerone, Seneca, Mosè, Salomone, Omero, Virgilio, San Tommaso d’Aquino e Duns Scoto. Per ammirarli, clicca qui. Insomma, ci sono padri del Cristianesimo, scolastici medievali, poeti, filosofi e anche Vittorino da Feltre, maestro del duca.
PER APPROFONDIRE. L’ambiente culturale della corte dei Montefeltro

Federico da Montefeltro e Guidobaldo 
Vittorino da Feltre
L’impressione generale è che tutti questi personaggi siano in dialogo tra di loro, in una sorta di muta conversazione. La loro scelta rispecchia la volontà del duca: in tal modo, durante la sua attività intellettuale, egli può “dialogare” con i suoi maestri.
Ad interrompere questa successione di sapienti, vi è lo stesso Federico, ritratto a leggere un libro, in armatura, davanti ad un leggio, con accanto il figlio Guidobaldo.
I camerini di Isabella d’Este
A Mantova, nel castello di San Giorgio, la marchesa Isabella d’Este, accanto al suo studiolo, allestisce una “grotta” per contenere la sua particolarissima collezione d’arte. I due ambienti, disposti su piani diversi e comunicanti tra loro, vengono chiamati camerini.
Isabella vuole decorare il suo studio con cinque dipinti a sfondo profano, dal sapore moraleggiante rivolgendosi ai migliori artisti italiani del momento, tra cui Pietro Perugino e Lorenzo Costa.
Chiama anche Andrea Mantegna che, ne Il Parnaso (1497), celebra l’unione tra Venere e Marte, collocati sopra un arco naturale di rocce. Le due divinità sono Isabella e il marito, Francesco Gonzaga, sotto il cui governo fioriscono le arti simboleggiate da Apollo (che suona la cetra) e dalle Muse danzanti.
Ne Il Trionfo della virtù (1499-1502), invece, in un complicato gioco di simbolismi, la dea Minerva allontana i Vizi.
Con Isabella, quindi, lo studiolo si sdoppia, pur mantenendo un’unità funzionale. Esiste una camera per lo studio e un’altra per le raccolte d’arte.
La wunderkammer
Sul finire del XVI secolo, però, le collezioni nobiliari sono troppo ampie per trovare spazio all’interno dei camerini e trasmigrano progressivamente nelle gallerie. E’ in questa fase che lo studiolo si trasforma diventando uno spazio dedicato all’investigazione del mondo naturale.
Si raccolgono, perciò, oggetti curiosi e bizzarri, magari provenienti da paesi lontani e che hanno connessioni con racconti mitologici o favole. Ci sono, ad esempio, coralli, cristalli, parti di animali esotici, pietre e metalli naturali riconosciuti per le loro qualità benefiche. L’intento è quello di stupire e incuriosire. Non a caso, questa stanza è chiamata Wunderkammer (= stanza delle meraviglie).
Lo studiolo di Francesco I
Tra il 1570-75, all’interno di Palazzo vecchio, a Firenze, il duca Francesco I de’ Medici fa realizzare un piccolo ambiente, accessibile dalla sua camera da letto, con l’obiettivo di riproporre la struttura dell’universo. La complessa iconografia si deve a Vincenzo Borghini, letterato della cerchia medicea. Giorgio Vasari, invece, è il responsabile dei dipinti e dell’arredo.

Lo studiolo è un luogo intimo e segreto in cui si sintetizza la complessità dell’universo e si mettono a confronto i prodotti della natura e dell’uomo. Tale idea si concretizza riservando ad ognuno delle quattro pareti i quattro elementi della natura: Terra, Aria, Acqua e Fuoco.
SCHEMA della decorazione dello studiolo
Ogni parete ha degli armadi incastonati nello spessore delle mura all’interno dei quali sono conservati particolari oggetti. Per la terra, pietre o le ossa intagliate; per il fuoco, i distillati i vetri e i metalli forgiati con il calore. I cristalli, invece, caratterizzano gli armadi dell’Aria e le perle e le conchiglie dell’acqua.
La celebrazione del rapporto tra Arte e Natura è riscontrabile anche nei pannelli che decorano ogni sportello degli armadi e i registri superiori. Vi sono raffigurate scene bibliche, mitologiche, storiche, allegoriche e di genere. Tutte allusive alle qualità degli oggetti che si custodiscono.
Dopotutto, Francesco I ha la passione delle scienze e pratica in prima persona l’alchimia, lo studio dei fenomeni “occulti” e varie altre attività sperimentali, dalla fusione del vetro alla ricerca della formula della porcellana.
I dipinti di Vasari e dei suoi numerosi collaboratori rispecchiano lo stile del tempo. E’ una pittura manierista, con colori saturi, pose eccessivamente contorte, abbondanza di personaggi disposti su più piani di profondità.












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ricognizione molto interessante che suggerisce molti approfondimenti
La ringrazio. E’ un argomento particolare a cui guardo con attenzione e curiosità. Ho avuto modo anche di visitare quello che è rimasto dello studiolo di Isabella d’Este
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