Anche quest’anno, come da tradizione, mi sono recato a Grottaglie, a pochi chilometri da Taranto, per visitare la 46sima Mostra del Presepe di ceramica (anno 2025-26).
È stato un viaggio nella tradizione natalizia attraverso opere provenienti da tutta Italia incentrate sul tema della Sacra Famiglia, proposto per la maggior parte in maniera innovativa con un forte comune messaggio di denuncia da parte degli artisti verso quella “terza guerra mondiale a pezzi” che minaccia la pace e la stabilità mondiale.
I bambini morti di Caramia
La vincitrice della mostra-concorso grottagliese è stata Mariarosaria Caramia con Nel nome di Dio ma non nel mio nome (colombino, semirefrattario colorato, smalti, cottura a 1250°), un tributo alle migliaia di piccole vittime innocenti rappresentati da 2000 millimetrici ovali bianchi disposti su un telo e tre rocce, tutte macchiate di rosso sangue.

Per cogliere davvero il senso profondo dell’opera, il visitatore è invitato ad indossare le cuffie di un vecchio walkman per ascoltare la voce potente e struggente di Chiara Patronella in Figli nostri, un abbraccio sonoro che rende l’esperienza completa e coinvolgente.
La culla che unisce i popoli
La culla che unisce i popoli (terracotta, ingobbio e cristallina) è l’ottima proposta delle studentesse del Liceo artistico statale di Verona Miriam Tesic, Sara Millauro e Marta Venturelli. L’opera raffigura la Sacra Famiglia all’interno di un gommone, metafora contemporanea di una mangiatoia che da rifugio diventa una novella e pericolosa Zattera della Medusa.

Il terribile viaggio della migrazione umana di questa famiglia, tuttavia, si trasforma in un gesto di fratellanza globale grazie alle moltitudine di figure umane che sostengono l’imbarcazione come onde riparatrici e solidali.



Il gommone, quindi, si fa grembo e custode della vita di chi è più fragile.
L’imbarcazione e il mare sono elementi che vengono riproposti anche da Veronica Montanaro (Liceo Artistico Calò di Taranto) in Destinazione terra, un’opera modellata a mano con effetti marmorizzati.
In questo caso, la grotta è una barca-faro dalle linee essenziali che vuole orientare l’umanità verso la coesistenza pacifica.

I presepi della migrazione di Pinto, Petean e Tomelleri
Al tema delle migrazioni e dalla fuga dalla propria terra, si rifanno altre tre opere.
Quella di Domenico Pinto rimanda ai palestinesi in fuga dal genocidio in atto nella Striscia di Gaza mentre per Alice Tomelleri la famiglia di Nazareth assume la forma e i colori di una vela di pace con Maria che indica la direzione e san Giuseppe che la protegge.


La stessa famiglia di Gesù che, nell’opera di Marco Petean, sembra quasi scomparire tra la folla perché è saltata ogni separazione tra il sacro e il profano in una precaria unità collettiva che accomuna tutti nel disprezzo della dignità umana.

La famiglia, le famiglie
La sarda Stefania Spannedda rinnova l’iconografia della famiglia tradizionale inserendo in una sorta di scatola altre tipologie di famiglie contemporanee che, spesso, lottano per affermare i loro diritti.

L’azione creativa di Bosa
L’opera di Alessia Bosa invita il visitatore ad agire in prima persona perché soltanto attraverso lo spostamento di tre sfere di ceramica sulle quali sono impressi i protagonisti della Natività essa può apparire magicamente sulla sabbia.

Altri presepi: soluzioni minimal e lavorazioni complesse


a dx: Liceo Artistico di Verona, Nelle mani dell’umanità, terracotta ingobbio e cristallina
La proposta di altri quattro studenti del Liceo Artistico di Verona (Nicole Turrini, Gaia Speranzini, Elisa Vinco e Giulia Gataldelli) è un cuore con le fratture dorate che richiamano la tecnica giapponese del kintsugi. Infatti, è presente un cuore ricomposto capace di evocare la capacità della famiglia di trasformare le ferite in valore.


Terenzio Sonda (Terra promessa) colloca il Bambino rannicchiato in uno stato di precarietà posto nella parte superiore di un pianeta Terra in una condizione di crisi e collasso.