Venere: una dea, tante pose

Venere (o Afrodite) è la dea della bellezza, dell’amore fisico e passionale, ed è una delle dodici divinità maggiori dell’Olimpo.

La sua nascita è curiosamente dovuta a un evento drammatico: Urano, il Cielo, è mutilato dal figlio Crono, che lo punisce per i torti inflitti alla madre. Le membra dilaniate di Urano precipitano in mare e fecondano la spuma delle onde dell’isola di Cipro. Dai flutti emerge in tutto il suo splendore Afrodite; il suo nome, infatti, deriva dalla parola greca afros, che significa schiuma, cioè colei che esce dal mare, per sottolineare la sua nascita dalle acque.

Venere Afrodite mito scultura
Sandro Botticelli, La nascita di Venere, 1483-85

Afrodite è affascinante: il suo corpo profuma d’ambrosia, il suo sorriso è un incanto che seduce uomini e divinità.

Un marito, tanti amanti

Suo marito, Efesto, è l’esatto contrario: zoppo, sgraziato, dal pessimo carattere e dalla pelle bruna e spessa per via del calore e della fuliggine sprigionati dalla fucina di fabbro. La loro unione, però, è infelice e Afrodite cerca consolazione in altri uomini: nel dio della guerra Ares, in Dioniso (dalla cui relazione nasce Priapo, simbolo della virilità maschile), Adone ed Ermes (da cui nasce Ermafrodito, creatura in cui si mescola la natura maschile e femminile).

Nella mitologia romana, Afrodite prende il nome di Venere conservando, ovviamente, tutte le caratteristiche della tradizione religiosa greca.  In ambito scultoreo, le rappresentazioni della dea sono innumerevoli.

Una dea da onorare

Nel V secolo a.C., Afrodite è rappresentata nel suo aspetto solenne e sacrale. L’artista Kalamis concepisce una figura in ponderazione, con un volto sereno che apre, per la prima volta, rispetto al periodo arcaico, uno studio psicologico. La statua, nota come Afrodite Sosandra (cioè salvatrice degli uomini), era posta all’ingresso dell’Acropoli di Atene ed è avvolta da un pesante mantello. Il panneggio è studiato e curato come l’immagine della stessa statua del frontone est del Partenone.

La Venere pudica

Dal IV secolo, Afrodite è rappresentata con caratteri nuovi che esprimono un modo diverso di concepire la divinità, decisamente più umana e meno eroica, al passo con il clima culturale e le attese del pubblico dell’Ellenismo.

La scultura di Prassitele

Prassitele, per la prima volta nella storia della scultura, spoglia Venere che si accinge a fare un bagno rituale (o, forse, lo ha appena fatto e sta per uscire dall’acqua). Secondo gli standard dell’artista, la figura esprime grazia (charis), il corpo ha un andamento sinuoso per la disposizione dei fianchi e delle gambe. L’adozione della linea curva impone, a fini statici, un appoggio adeguato costituito dall’anfora e dal panno le cui pieghe generano effetti chiaroscurali che contrastano con la morbida pelle della dea, ricoperta da una patina rosata che evoca il colore e il calore della carne vera.

L’opera è nota come Afrodite Cnidia, perché commissionata dagli abitanti di Cnido, in Asia Minore, come decorazione di un santuario.

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Prassitele, Afrodite Cnidia, 360 a.C., Roma, Museo Pio Clementino

Dal modello prassitelico, discendono

  • la Venere capitolina, copia di epoca antonina di un originale tardo-ellenistico e ritrovata a Roma durante il pontificato di Clemente X (1670-76) e
  • la Venere de’ Medici, collocata nella Tribuna degli Uffizi a partire dal 1688, accompagnata da Eros in groppa a un delfino, ammirata per la morbidezza della carne, la delicatezza della forma con i seni piccoli, netti e delicati, e la correttezza del disegno.

Nelle inclinazioni laterali delle teste, si coglie lo stupore di chi è sorpreso dall’inaspettato apparire di un estraneo o di un atteso amante. In tal modo, lo spettatore è coinvolto nell’azione poichè si immedesima in colui che è causa dell’espressione della divinità.

Diversi, invece, i capelli:  la dea capitolina ha una capigliatura complessa a mo’ di cercine con un nodo alto “a fiocco” e ciocche ricadenti a toccare le spalle, mentre nella dea fiorentina sono stati ritrovate tracce di doratura a foglia d’oro nella chioma e di color rosso sulle labbra.

La posa della Venere pudica ispirò anche Masaccio per la figura di Eva nella scena della Cacciata dal Paradiso terrestre della cappella Brancacci.

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Una Venere in bikini

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Afrodite che si slaccia un sandalo, I sec. a.C. – I sec. d.C., Napoli, Mann

A questo filone, appartiene la cosiddetta Venere in bikini, una statuetta raffigurante Afrodite mentre si slaccia un sandalo sotto cui è accovacciato un piccolo Eros che, con la mano destra, tocca la suola della calzatura. La dea è appoggiata con il braccio sinistro ad una figura di Priapo stante, nudo e barbato, collocato su un piccolo altare cilindrico. Indossa solamente una sorta di costume, costituito da un corsetto retto da due coppie di bretelle e due corte maniche sulla parte superiore del braccio, da cui si diparte una catenella lunga fino ai fianchi a formare un motivo a stella all’altezza dell’ombelico. Il bikini è ottenuto dal sapiente uso della tecnica della doratura, adoperata anche all’altezza dell’inguine, nella collana a pendenti e nell’armilla al polso destro di Afrodite, nonché all’altezza del fallo di Priapo. Tracce di colore rosso sono evidenti sul tronco d’albero, sulla capigliatura a corti riccioli raccolti posteriormente in uno chignon e sulle labbra della dea, oltre che sul capo del Priapo e dell’Eros. Gli occhi di Afrodite sono in pasta vitrea, mentre la presenza di fori all’altezza dei lobi delle orecchie fanno pensare all’esistenza di orecchini in metallo prezioso ora perduti.

Venere accovacciata

Spetta all’artista asiatico Doidalsas (attivo tra il 278 e il 250 a.C.) la realizzazione di una Venere accovacciata, dalla posa originalissima, intenta a bagnarsi. Molto note sono anche le molteplici versioni tra cui quella degli Uffizi, con le braccia attorno al corpo, e quella della collezione Farnese del Mann di Napoli con Cupido che aiuta la donna a lavarsi.

Nei secoli, l’Afrodite al bagno è usata come modello per lo studio del corpo femminile sia da parte di Cezanne nella versione di Filadelfia de Les grandes baigneuses

Venere Afrodito mito Cezanne
Paul Cezanne, Les grandes baigneuses, 1898-1905, Philadelphia Museum

sia da Van Gogh in numerosi schizzi e disegni eseguiti tra il 1886 e il 1887

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Venere che vince

Del tipo dell’Afrodite vincitrice, che reca cioè il pomo vittorioso a Paride scatenando la guerra di Troia, fanno parte un insieme di sculture caratterizzate da un himation che copre la parte inferiore del corpo e che causa, a volte, un ricco gioco chiaroscurale, oppure un “effetto bagnato” sul modello dei marmi del Partenone di Fidia.

Tra questi, c’è la famosa Venere di Milo, un originale ellenistico risalente al II secolo a.C., perfetta rappresentazione della bellezza femminile, più volte citata in numerosi ambiti artistici, come nel film cult di Bernardo Bertolucci, The Dreamers (2003), in cui l’attrice Eva Green  irrompe, sensuale e sinuosa, nella stanza di Matthew, sulle note di The spy dei Doors, con dei lunghi guanti neri che in penombra, per un effetto ottico, fanno scomparire le braccia.

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Per questa scultura, si parla di profilo greco poichè presenta una linea quasi continua tra la fronte e il naso, senza la sporgenza della glabella, cioè il leggero rigonfiamento della fronte al di sopra della radice del naso.

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Venere di Milo, part. del volto, fine II sec. a.C., Parigi, Museo del Louvre

L’Afrodite di Capua, rinvenuta nella summa cavea dell’anfiteatro campano, con le braccia sollevate a sorreggere probabilmente lo scudo dell’amante Ares, usato come uno specchio, e l’Afrodite Landolina le cui forme armoniose risaltano sul fitto panneggio gonfiato dal vento

Venere callipigia

Del tutto particolare è la rappresentazione di Venere in atto di sollevarsi la veste e mostrare le natiche (il nome callipigia viene da kalli: belle e pygos: natiche). La statua, ora esposta al Mann di Napoli, è una copia restaurata di un originale ellenistico e, tra il XVII e l’inizio del XVIII secolo, era nota come la Bergère Grecque o la Belle Victorieuse, con riferimento ad un racconto narrato dallo scrittore Ateneo. Secondo la tradizione, infatti, due figliole di un contadino invitarono un giovane sconosciuto a giudicare quale delle due avesse le natiche più belle. Colei che egli prescelse fu la sua ricompensa, ma la perdente andò in sposa al fratello del giudicante. Dal doppio matrimonio, le fortune delle fanciulle crebbero tanto che esse dedicarono un tempio alla Venere callipigia a Siracusa.

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Venere Callipigia, copia di un originale ellenistico, Napoli, Mann

In realtà, il racconto può nascondere un rituale apotropaico diffuso nella Grecia antica, noto con il nome di anasyrma, in cui l’esibizione delle parti intime è un mezzo di ripulsa verso un nemico soprannaturale.

Fonti sulla nascita di Venere: Esiodo, Teogonia; Inno omerico ad Afrodite

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