S. Antonio abate ricorre spesso nella pittura dell’arte contemporanea. Non a caso, è un santo popolare, venerato ovunque in Europa. Eremita nelle grotte e pellegrino, combattente del demonio che lo tormenta in ogni momento e fondatore di comunità monastiche. Muore a 105 anni, verso il 340, sotto l’imperatore Costantino. E’ sepolto in Francia.
Il significato del nome
Iacopo da Varazze, autore della Legenda aurea, un testo medievale che parla delle storie di 182 santi, dice che il nome Antonio deriva da ana, che vuol dire “in alto”, e tenes, “che tiene”, come a dire colui che possiede le cose celesti e che disprezza quelle terrene.
Antonio disprezza il mondo perché lo considera, appunto, immondo, inquieto, passeggero, ingannevole ed amaro. La sua vita eremitica è costellata da una miriade di tentazioni del diavolo che si manifesta in varie forme mostruose o umane.

L’iconografia del Santo
A partire dal Medioevo, il santo
- è raffigurato con un mantello nero e una tunica marrone su cui è cucito il simbolo del tau (lettera greca T) che allude alla croce e alla stampella usata dagli ammalati;
- è un uomo anziano, con barba e (pochi) capelli bianchi;
- porta il bastone, simbolo del pellegrinaggio, alla cui sommità è fissato un campanellino che serve per annunciare il suo arrivo;
- è associato ad una fiamma che rimanda al “fuoco di S. Antonio”, la malattia infettiva dell’herpes zoster, e al maiale il cui grasso serve proprio a curare la fastidiosa malattia.
In alcuni paesi del sud Italia, Antonio si collega ai riti propiziatori del fuoco di metà inverno e alla protezione degli animali.

APPROFONDIMENTO. La diffusione dell’intitolazione di luoghi sacri a Sant’Antonio Abate
S. Antonio nell’arte contemporanea
La vicenda di S. Antonio si presta ad essere un soggetto trasversale, senza tempo, non necessariamente legato alla storia religiosa. Le tentazioni, infatti, sono un tema universale che possono riguardare tutti gli uomini e che rappresentano un ostacolo allo svolgimento della propria vita.
Paul Cézanne, 1874
Paul Cezanne dipinge principalmente nature morte, paesaggi e ritratti. Perciò, è inusuale il suo interesse per una storia sacra che è proposta con una pennellata rapida, alla maniera degli impressionisti che ha modo di frequentare a Parigi, nei caffè, loro consueti ritrovi serali per dibattere di pittura e tecniche artistiche.
Tuttavia, l’interesse per il santo era divenuta attuale per via della pubblicazione di un romanzo di Flaubert incentrato sulla vita dell’eremita in Egitto.

La donna nuda, una moderna Venere che ricalca le pose delle statue antiche, appare davanti al Santo sollevando un velo, in mezzo a piccoli cupidi. La visione è accompagnata dal diavolo in persona, presenza oscura con le corna avvolta in un mantello rosso fuoco.
Secondo S. Antonio, ci sono tre tipi di impulso nel corpo: uno viene dalla natura, l’altro dall’abbondanza di cibo, e il terzo dal demonio.
Domenico Morelli, 1878
Napoletano e senatore del Regno d’Italia, Domenico Morelli fa parte di quella schiera di artisti italiani tra ‘800 e ‘900 che spazia tra la pittura romantica e un realismo attento agli avvenimenti storici del Risorgimento e dell’unificazione italiana.

La sua tentazione di S. Antonio è sessuale, incentrata sull’apparizione di una formosa donna dalla pelle color latte e dai capelli rossi.
Antonio è immobile, rannicchiato con le braccia incrociate al petto, lo sguardo fisso rivolto verso l’esterno della grotta in cui ha scelto di rifugiarsi.
Sa perfettamente che il demonio lo sta tentando. Il diavolo è carne, è un sorriso malizioso, è un corpo che si concede. E’ una lotta che si ripeterà per anni, sotto varie forme.
Max Beckmann, 1936
Max Beckmann ha vissuto lo sgretolamento della sua Germania nel primo dopoguerra e l’affermazione del nazismo che considera la sua pittura come arte degenerata.
Le tentazioni di S. Antonio, suddivise in un trittico, hanno il sapore di quei terribili anni nazisti in cui la complessità della società tedesca si risolve in conflitti, odio e deformazione morale.

La pittura di Beckmann risente del cubismo e di un’acuta analisi dell’atteggiamento dei suoi contemporanei. La sua esperienza come infermiere medico nella prima guerra mondiale influenza la rappresentazione del corpo umano, semplificato, distorto ed alterato. Al fronte, infatti, l’artista ha visto corpi mutilati, ferite profonde, sangue impastato al fango, atrocità del corpo e dello spirito.
Paul-Emile Bécat

Un monaco e una suora si abbandonano ai piaceri della carne contravvenendo alla regola della castità, uno degli obblighi prescritti dalle congregazioni religiose.
Così l’artista parigino Paul-Emile Bécat immagina la tentazione antoniana, una sorta di scenetta porno soft cha abbonda nelle riviste erotiche e che sarà sdoganata, più tardi, anche nelle pellicole cinematografiche.
In effetti, Bécat è apprezzato illustratore e disegnatore di letteratura erotica e amorosa, da Casanova e Ovidio, a La Fontaine e Baudelaire.
E’ il suo mondo, fonte di reddito e di soddisfazione professionale.
Diego Rivera, 1939
Diego Rivera (1886-1957) è un esponente del muralismo messicano, un movimento fortemente impegnato a rappresentare la storia sociale e politica e le tradizioni popolari dei paesi latino-americani.

Le tentazioni si trasformano in un’opera surrealista. Il santo, steso a terra, a destra, e i diavoli, dalla forma fallica, sono visti come dei tuberi.
In realtà, il riferimento è alla mandragora, una pianta afrodisiaca dalla forma umana. Seconda una leggenda, una volta strappata da terra, la pianta urla tanto da far impazzire o morire il malcapitato.
Tuttavia, l’iconografia rimanda sicuramente alla tradizionale festa prenatalizia della città di Oaxaca in cui i concorrenti realizzano composizioni scultoree con una moltitudine di ravanelli.
Le forme, la tavolozza dei colori, la luce ed i contrasti riescono a creare nella composizione un microcosmo carico di fantasia.
Max Ernst, 1945
Sant’Antonio è racchiuso in un mantello rosso che lo immobilizza. Sembra un’aragosta in mezzo a numerosi e piccoli esseri mostruosi in un’ambientazione naturale fantastica.

Max Ernst sembra richiamare un episodio della vita del Santo in cui la battaglia dei demoni fu così feroce e violenta da ridurlo in fin di vita.
Dov’eri buon Gesù? Dov’eri? Perché non sei venuto subito ad aiutarmi e a guarire le mie ferite? Antonio – gli rispose il Signore – io ero qui, ma aspettavo di vedere la tua battaglia. Poiché hai combattuto con tutte le tue forze, farò che il tuo nome corra per tutto il mondo [dalla Legenda aurea]
Le visioni di Antonio si prestano bene alla pittura di Ernst fondata sullo stravolgimento della realtà e sull’esplorazione del mondo dell’inconscio, dei sogni e degli incubi.
Il concorso cinematografico su S. Antonio
Questa opera è inserita all’interno di un film drammatico americano del 1947, intitolato Gli affari privati di Bel Ami tratto dall’omonimo romanzo di Guy de Maupassant.
La scelta dell’opera non è casuale perché Ernst vince un concorso indetto proprio dall’azienda produttrice del film, la Loew Lewin Company, avente come oggetto la rappresentazione delle tentazioni di S. Antonio. Il premio è di 2500 dollari oltre la comparsa dell’opera in una delle scene principali del film.
Al concorso partecipano 11 artisti che sono valutati da una giuria composta da Marcel Duchamp, dal direttore del MoMa Alfred H. Barr (1902–1981) e dal gallerista newyorkese Sidney Janis (1896–1989).
Per Dorothea Tanning (1910-2012), Sant’Antonio, solo nel deserto, lotta contro le sue visioni. I suoi desideri prendono forma nelle pieghe delle sue stesse vesti agitate dal vento. Influenzata dalla pittura di Bosch, invece, è Leonora Carrington che posiziona il maialino ai piedi del santo (che ha tre teste!), enorme all’interno del suo saio bianchissimo.

Dorothea Tanning, 1945 
Leonora Carrington, 1946
Al contrario, il surrealista belga Paul Delvaux sceglie di non rappresentare il santo ma soltanto la tentazione della sessualità in tre moderne Grazie nude all’interno di un paesaggio urbano metafisico.

Salvador Dalì, 1946

Anche Lo spagnolo Salvador Dalì si cimenta nel concorso proponendo varie allegorie non immediatamente decifrabili.
La sua pittura, infatti, è deformante, provocatoria e oscura.
Il cavallo imbizzarrito è la pazzia che domina i lussuriosi. Di seguito, montati su strani elefanti, una donna nuda che si massaggia il corpo (la sessualità), un obelisco (il potere) e una strana architettura di memoria rinascimentale che inquadra un seno femminile (l’arte e la bellezza).
Certo, è uno strano dipinto che esalta la solitudine di Antonio (e, in generale, dell’essere umano) di fronte alle avversità, rese più temibili da un paesaggio lunare che non lascia spazio a protezioni e dal fragile equilibrio degli elefanti, incapaci di bilanciare il loro peso su quelle sottili zampe.
Tuttavia, il trionfo del santo è vicino e si manifesta nell’apparizione dell’Escorial, il castello-monastero del re Filippo II, che si intravede in lontananza, tra le nuvole, a destra. Per Dalì, esso è il simbolo della potenza dell’ordine divino e della sua supremazia sulle tentazioni terrene.
L’ELEFANTE SPAZIALE. Una scultura di Dalì
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