Lezione di iconografia in Valle d’Itria

L’iconografia serve per decifrare il significato di una immagine. Il termine, infatti, indica letteralmente la descrizione delle immagini (dal greco eikòn “immagine” e graphìa “scrittura”). Chi indaga una immagine, dunque, cerca di identificare il soggetto dell’opera d’arte e le fonti da cui esso deriva: mito, storia sacra, fatto storico, tradizione, leggenda, racconto.

Solitamente, la prima domanda, di fronte a un’opera d’arte, è: che cosa rappresenta? qual è il soggetto? 

Massimo Pacifico, Effetto museo

In alcuni casi, riusciamo a rispondere poiché la nostra memoria mette immediatamente in relazione l’immagine con la fonte letteraria di riferimento o perché l’opera è entrata ormai nell’immaginario collettivo che è impossibile non riconoscerla. Ben più difficile, è interpretare scene poco familiari, in cui i riferimenti e i significati, noti ai contemporanei, ci appaiono oggi misteriosi.

Durante le vacanze pasquali, ho visitato il palazzo ducale di Martina Franca, la capitale barocca della Valle d’Itria, un territorio pugliese racchiuso tra le provincie di Bari, Brindisi e Taranto accomunato dalla presenza di una depressione carsica, disseminato di trulli e vigneti.

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Pubblicato da Diario dell'arte su Mercoledì 1 maggio 2019

L’edificio civile, costruito nel 1668 e terminato nel 1773, presenta un piano nobile con alcune sale decorate a tempera da Domenico Carella che ben si prestano ad un riconoscimento dei soggetti rappresentati.

La sala del mito

Mito Classico Martina Franca Puglia Valle d'Itria Barocco

In un contesto bucolico-pastorale, è rappresentata una fanciulla che raccoglie qualcosa da terra. Più avanti, invece, si scorge una figura maschile intenta a correre. Si tratta del mito narrato nel decimo libro delle Metamorfosi del poeta latino Ovidio in cui si racconta la storia della ninfa Atalanta e della sua unione con il giovane temerario Ippomene. Abbandonata dal padre Iasio (re dell’Arcadia) sul monte Pelio, perché indesiderata rispetto a un figlio maschio, e allevata da un’orsa, Atalanta cresce bellissima eccellendo nella corsa. Riconosciuta dal terribile padre, che la vorrebbe dare in sposa, accetta di concedersi solo a chi la batta in una gara di corsa, con la condizione di condannare a morte i pretendenti sconfitti. In questo scenario, minaccioso e cupo, Ippomene decide di affrontare la rischiosa prova chiedendo aiuto a Venere che gli consiglia di far cadere uno a uno, durante la competizione, allo scopo di rallentare la velocità della ninfa, tre pomi d’oro. Il mito, dunque, descrive il coronamento di un amore sbocciato a prima vista, in parte favorito dagli dei. Tuttavia, i due moriranno poiché successivamente compiono un atto amoroso impudico all’interno di un tempio dedicato a Cibele.

Mito Barocco Reni Pittura
Guido Reni, Atalanta e Ippomene, 1620-25

Sempre dalla letteratura ovidiana Le Metamorfosi, deriva la storia di Dafne, mutata in alloro su propria richiesta per sfuggire ad Apollo.

Mito Classico Martina Franca Puglia Valle d'Itria Barocco

Chiara è l’ispirazione berniniana della scena in cui è rappresentato il momento in cui Apollo cinge il fianco di Dafne ma, d’un tratto,

i capelli si allungano in fronde, le braccia in rami, il piede, poco prima così veloce, resta inchiodato da pigre radici.

Mito Barocco Bernini
Gianlorenzo Bernini, Apollo e Dafne, 1622-25

Un soggetto ricorrente nei grandi soffitti barocchi si ritrova anche in questo palazzo pugliese: il grande carro del sole trascinato da quattro cavalli (le stagioni) all’interno di un cielo rosso solcato da nuvole e puttini.

Mito Classico Martina Franca Puglia Valle d'Itria Barocco

Ispirato al secondo libro dell’Eneide, sulla parete destra, invece, c’è la Fuga di Enea dalla città di Troia in fiamme con la figura muscolosa dell’eroe virgiliano che salva il padre Anchise, portandolo in spalle. Quest’ultimo stringe nelle mani le statuette degli dèi Penati, protettori della famiglia. Ai piedi di Enea, con il viso paffuto di un puttino, c’è il figlio, Ascanio, mentre dall’altra parte con il capo chino e mortificato si riconosce Creusa, moglie di Enea. La città in fiamme sembra uno scorcio sei-settecentesco di Roma, con una colonna coclide in lontananza.

Mito Classico Martina Franca Puglia Valle d'Itria Barocco

E’ evidente il rimando ad una parte dell’affresco delle Stanze vaticane di Raffaello, l’Incendio di Borgo.

Raffaello, Incendio di Borgo, 1514

La sala dell’Arcadia

Sul soffitto di questa sala, all’interno di finte cornici e medaglioni con volute e girali dalle tonalità rossastre, emerge una figura seminuda disposta su una nuvola affiancato da Mercurio, riconoscibile dall’elmo alato e dal caduceo. Si tratta di Ercole che sta per ricevere in sposa Ebe, figlia di Zeus e simbolo dell’eternità.

Mito Classico Martina Franca Puglia Valle d'Itria Barocco

L’unione viene celebrata da Apollo, avvolto da un alone giallognolo, con la lira e la corona di alloro in testa. Al di sotto, ci sono le Muse ispiratrici dell’arte e il cavallo alato di Pegaso che fa scaturire dai monti dell’Elicona la sacra fonte di Ippocrene, fonte ispiratrice della poesia.

La sala della Bibbia

In questa stanza, predominano i racconti tratti dall’Antico Testamento, in particolare la storia di Tobiolo che, in un viaggio, incontra e sposa Sara, liberandola da un demonio, e riesce a guarire il padre Tobia, afflitto da cecità. In una parete, in effetti, Tobiolo spalma sugli occhi paterni il fiele estratto dal fegato di un pesce, catturato grazie all’aiuto dell’arcangelo Raffaele, rappresentato a figura intera, con una lancia, al centro della composizione.

Bibbia Martina Franca Puglia Valle d'Itria Barocco

Tutt’altra ambientazione, dal sapore settecentesco, è invece presente nella scena di Mosè salvato dalle acque del Nilo in cui il bimbo è poggiato sulla cesta di papiro, come si racconto nel libro dell’Esodo:

Un uomo della famiglia di Levi andò a prendere in moglie una figlia di Levi. La donna concepì e partorì un figlio; vide che era bello e lo tenne nascosto per tre mesi. Ma non potendo tenerlo nascosto più oltre, prese un cestello di papiro, lo spalmò di bitume e di pece, vi mise dentro il bambino e lo depose fra i giunchi sulla riva del Nilo. La sorella del bambino si pose ad osservare da lontano che cosa gli sarebbe accaduto. Ora la figlia del faraone scese al Nilo per fare il bagno, mentre le sue ancelle passeggiavano lungo la sponda del Nilo. Essa vide il cestello fra i giunchi e mandò la sua schiava a prenderlo. L’aprì e vide il bambino: ecco, era un fanciullino che piangeva. Ne ebbe compassione e disse: «È un bambino degli Ebrei». La sorella del bambino disse allora alla figlia del faraone: «Devo andarti a chiamare una nutrice tra le donne ebree, perché allatti per te il bambino?». «Va’», le disse la figlia del faraone. La fanciulla andò a chiamare la madre del bambino. La figlia del faraone le disse: «Porta con te questo bambino e allattalo per me; io ti darò un salario». La donna prese il bambino e lo allattò. Quando il bambino fu cresciuto, lo condusse alla figlia del faraone. Egli divenne un figlio per lei ed ella lo chiamò Mosè, dicendo: «Io l’ho salvato dalle acque!».

Bibbia Martina Franca Puglia Valle d'Itria Barocco

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