Michelangelo Merisi, detto il Caravaggio, nasce a Milano nel 1571. Il suo soprannome deriva dal comune vicino Milano (Caravaggio, appunto) in cui il padre Fermo svolge la carica di amministratore di casa Sforza, una nobile famiglia lombarda.
L’apprendistato da Peterzano
Tra il 1584 e il 1589 è a bottega da Simone Peterzano, che si considera un discepolo del veneziano Tiziano Vecellio. Caravaggio, all’epoca, ha 13 anni e il contratto di apprendistato è firmato dalla madre. In questi anni, quindi, Caravaggio ha modo di confrontarsi e di assimilare la pittura lombarda a partire da Leonardo fino ad alcuni artisti di fine secolo come Lorenzo Lotto, Gian Girolamo Savoldo, Alessandro Moretto e Vincenzo Campi.
L’insegnamento dalla pittura lombarda
Cosa impara Caravaggio guardando la pittura lombarda in città e in provincia? Ammirando Leonardo, egli capisce l’importanza di rendere pittoricamente attraverso le espressioni del viso e i gesti del corpo gli stati d’animo dei personaggi (i moti dell’animo).
Inoltre, apprende che la pittura deve essere sempre fedele alla realtà. Ad esempio, nelle pale d’altare di Lotto, apprezza i gesti quotidiani dei santi e l’introduzione della gente comune accanto ai personaggi religiosi, come la raffigurazione del popolo bisognoso che chiede l’elemosina ne L’elemosina di Sant’Antonino.
È favorevolmente attratto dai soggetti religiosi che esprimono la cruda realtà, come Il Cristo e l’angelo di Moretto.

Lorenzo Lotto, Elemosina di Sant’Antonino, 1542, chiesa di S. Giovanni e Paolo, Venezia 
Moretto, Cristo e l’angelo, 1550, Brescia
È affascinato dalla scene di genere che fanno riferimento ai momenti di vita quotidiana, lontane dai soggetti biblici e dalla pittura di storia. Vincenzo Campi, ad esempio, rappresenta i banchi di mercato de La fruttivendola e La pollivendola, interni di cucina e uomini che mangiano voracemente la ricotta.
Insomma, Caravaggio rifiuta la pittura manierista: basta figure serpentinate e torsioni del corpo umano michelangiolesche, stop all’utilizzo di colori irreali, fine delle sperimentazioni a favore del dato reale.
Il trasferimento a Roma
Nel 1591, il pittore si trasferisce a Roma. Nella città, esiste già una comunità di cittadini emigranti dal comune di Caravaggio, con delle buone posizioni sociali. Soprattutto, dal 1592, risiede Costanza Colonna, la marchesa di Caravaggio, moglie di Francesco I Sforza.
In questo momento, Caravaggio si preoccupa di inserirsi nel mercato artistico romano e trova sistemazione nella bottega del Cavalier d’Arpino (il cui vero nome è Giuseppe Cesari).
Qui, seppur considerato un garzone con un modesto talento, realizza principalmente quadri da stanza commissionati da agiati collezionisti romani interessati più al suo stile pittorico (così lontano dal manierismo cinquecentesco) che al soggetto. In effetti, nella maggior parte delle opere, ci sono mezze figure (ovvero personaggi ripresi a metà, dal busto in sù) in abiti contemporanei che si occupano di faccende quotidiane.
Sono presenti, dunque, soggetti animati e inanimati come ne Il ragazzo con canestro di frutta e il Bacchino malato risalenti agli anni 1593-94.

Caravaggio, Ragazzo con canestro di frutta 
Caravaggio, Bacchino malato
I ragazzi e la frutta
Al di là del loro significato (sensualità e sessualità? o complesso simbolismo religioso?), i quadri sono realizzati con l’utilizzo di modelli viventi all’interno dell’atelier dell’artista. È lo stesso Caravaggio a creare la scena, a scegliere le pose dei giovani e la frutta da esporre, a vestirli con bianche lenzuola spiegazzate. I protagonisti guardano l’osservatore tuttavia sono statici, non compiono nessuna azione. Caravaggio, insomma, sta compiendo uno studio artistico su uomini e oggetti reali, e li dispone a proprio piacimento su un fondo scuro monocromatico che esalta i vari passaggi di luce sull’esempio della prospettiva aerea leonardesca.

Il Bacco degli Uffizi
Su tale scia, si colloca il Bacco (1595 ca) conservato agli Uffizi di Firenze.
Il dio del vino è rappresentato da un assonnato (forse perché gia ubriaco?) garzone semivestito disposto su un triclinio su cui è arrotolato un materasso.
I riflessi della luce sono visibili nella caraffa (a destra) e nel grande calice di vino che il giovane porge all’osservatore, quasi invitandolo a bere e a condividere il banchetto abbattendo, idealmente, la distanza tra fruitore e soggetto dell’opera.
Insomma, è un’interpretazione moderna del mito di Bacco.
La quotidianità per le strade di Roma
Con La buona ventura e I bari, Caravaggio sceglie di rappresentare la vita di strada del tempo a Roma popolata dai più vari personaggi. Nel primo quadro, una zingara legge la mano di un cavaliere sfilando l’anello dal dito. Nel secondo, due farabutti aggirano un giovane tontolone al gioco delle carte.

Caravaggio, La buona ventura, 1593-94, Pinacoteca capitolina, Roma 
Caravaggio, I bari, 1594, Kimbell Art Museum, Fort Worth
Anche in questi due casi, le scene sono ricreate nell’atelier, al chiuso, con un’unica fonte di luce che esalta le forme delle figure umane e la qualità dei tessuti degli abiti (come i corpetti giallo oro e le piume dei cappelli).
C’è una perfetta modulazione cromatica che deriva dalla conoscenza delle esperienze artistiche di Leonardo e di Giorgione.
Nelle due opere, poi, il rapporto tra i personaggi è stabilito da gesti e sguardi, memore dell’insegnamento leonardesco (ad es., la Vergine delle rocce).
Bellissima la scacchiera disposta sul bordo del tavolo per trasmettere la sensazione di profondità.
Contro il senso comune
I soggetti dei due quadri contrastano con il senso comune di quegli anni romani. Infatti, dal 1592, papa Clemente VIII Aldobrandini decide di prendere seri provvedimenti repressivi contro comportamenti ritenuti inappropriati. Bandisce il duello e il possesso di armi, proibisce il gioco delle carte e dei dadi, il carnevale, la prostituzione. Promuove un preciso codice di abbigliamento per laici e consacrati ed espelle dalla città mendicanti, vagabondi, zingari e deliquenti. La strada, tuttavia, è proprio il mondo da cui Caravaggio trae ispirazione.
Il ragazzo morso da un ramarro

Questa opera sorprende perché, a differenza delle altre, il protagonista compie un’azione. Si ritrae, si muove di scatto perché morso da una lucertola nascosta all’interno della composizione di frutta. Si spaventa e prova dolore. È la luce a creare le forme, come nella pittura veneta. Essa proviene radente da sinistra, crea ombre e luccichii sulla frutta e il riflesso cristallino nel vaso di vetro da cui si scorge la finestra dello studio di Caravaggio.
Il soggetto, invece, non è nuovo e forse rimanda a una tematica comico-morale (il morso della lucertola come punizione dei vizi sessuali?) , già utilizzata in campo artistico da Sofonisba Anguissola e Annibale Carracci.

Annibale Carracci, Due bambini molestano un gatto, Moma, NY 
Sofonisba Anguissola, Fanciullo morso da un gambero, 1554, Capodimonte, Napoli
Altre opere
- Il concerto (1594-95), prima opera commissionata dal cardinal Del Monte. Si rifà alla tematica di ricerca di armonia sperimentata da Tiziano nel Concerto campestre;
- Il suonatore di liuto (1597-98) con il cardellino chiuso in gabbia, nascosto nella penombra della parte alta di destra;
- La canestra di frutta (1594-98) appartenente al genere della natura morta con un evidente significato inerente il trascorrere del tempo
- La Maddalena penitente (1595-96) in cui la Santa è interpretata dalla prostituta romana Anna Bianchini, detta la rossa o Anna dal bel culo;
- Il riposo durante la fuga in Egitto (1595-96) con figure intere e il bellissimo angelo munsicante di schiena che allieta con il suono del violino la sosta della Sacra famiglia;
- La medusa (1597) commissionata dal cardinal Del Monte come dono di nozze al Granduca di Toscana, Ferdinando.
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