Questo approfondimento su Caravaggio prende spunto dal libro dello storico dell’arte Claudio Strinati intitolato Caravaggio e Vermeer. L’ombra e la luce edito da Einaudi nel 2021. Alcuni concetti, quindi, sono ripresi dai capitoli dedicati a Caravaggio.
La luce di Caravaggio
Nei capolavori di Caravaggio, la luce plasma le figure e definisce lo spazio che si sprigiona direttamente dal buio senza passaggi intermedi.
Caravaggio non rappresenta la penombra perché non conosce il criterio dello sfumato di Leonardo così evidente, ad esempio, nel paesaggio e nel velo che ricopre la testa della Gioconda.
Al contrario, ne La resurrezione di Lazzaro di Caravaggio, l’ambientazione è completamente immersa nel buio e la luce svela soltanto alcuni particolari del miracoloso episodio evangelico. La luce illumina i volti dei personaggi, il corpo di Lazzaro e il gesto energico del braccio di Gesù che sembra accompagnare le sue famose parole: «Lazzaro, vieni fuori!».


Caravaggio, dunque, arriva a rappresentare il buio in sé. Tuttavia il buio non può essere rappresentato, perché dentro il buio assoluto c’è solo il buio stesso che, però, confina con la non visione, la cecità.
La cappella Cerasi
La cappella Cerasi si trova all’interno della basilica di Santa Maria del Popolo a Roma ed è decorata da tre grandi pale d’altare. Quella centrale è firmata da Annibale Carracci e rappresenta l’Assunzione della Vergine. Le due laterali, invece, sono opera di Caravaggio.
La crocifissione di San Pietro
Ne La crocifissione di San Pietro il santo è legato alla croce a testa in giù e gira la testa verso lo spettatore in una posa tormentosa. Due aguzzini conficcano la croce a terra e legano bene il santo. Un terzo aguzzino fa scorrere sulla schiena la corda che tende per limitarne l’attrito sul corpo.

I quattro personaggi sono in un non luogo perché l’ambientazione è completamente immersa nel buio. Questo espediente tende a immobilizzarli in un momento che sembra nello stesso tempo di noiosa e pesante quotidianità e di fatale e terribile eternità.
La Conversione di San Paolo
Sul lato opposto, c’è la tela de La Conversione di San Paolo (o Conversione di Saulo) composta in uno spazio ancora più opprimente e costrittivo.
La scena prevede che il soldato romano Saulo si stia recando a Damasco per organizzare e dirigere un’operazione repressiva contro un gruppetto di cristiani. Mentre cavalca sulla piana, Cristo si manifesta fragorosamente dal cielo apostrofandolo con una frase terrificante: «Perché mi perseguiti?». Saulo cade a terra, accecato dalla luce emanata dal cielo. I compagni intorno accorrono per proteggerlo, lo sollevano da terra e, accortosi della sua cecità, lo portano nel tempio del gran sacerdote Anania che gli restituisce la vista.

Solo in quel momento Saulo comprende che è stato Cristo a metterlo alla prova e lo seguirà per il resto della sua vita. Caravaggio, però, di tutta questa storia, non ci racconta nulla: non c’è la piana di Damasco, non ci sono i commilitoni, non c’è la figura di Cristo che si manifesta tra le nuvole.
Il pittore focalizza l’attenzione su Saulo e il suo cavallo che alza la zampa per evitarlo di colpirlo con accanto un anziano e stanco stalliere. Caravaggio dipinge le braccia del santo smisuratamente lunghe per ricevere la luce divina cha cala dall’alto come una cascata. Quella luce ha una forza incontenibile perché indica la nascita universale del cristiano.
Qui, la luce di Caravaggio sta a significare l’ancestrale ed eterna lotta tra ciò che è limpido e ciò che è tenebroso.

PER APPROFONDIRE. Ho scritto anche un post sul giovane Caravaggio!