Quando l’arte incontra la disabilità

Ho raccolto alcuni post della mia pagina facebook che si occupano del rapporto tra l’arte e la disabilità.

A scuola, ormai, la didattica si plasma in base alle esigenze degli studenti soprattutto in riferimento ai ragazzi con disabilità che hanno diritto al docente di sostegno. Ma ci sono anche altre situazioni che necessitano di attenzione come gli alunni con Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), nei quali rientrano gli innumerevoli casi legati all’autismo, e quelli con Bisogni Educativi Speciali (BES).

Credo che le vicende biografiche di alcuni artisti contribuiscano alla riflessione e alla discussione circa il rispetto, l’accettazione e l’integrazione delle “alterità”.

Alberto Savinio

Il pittore (1891-1952), fratello del più noto Giorgio De Chirico, è affetto dalla sindrome di Asperger, un disordine pervasivo dello sviluppo, che costituisce una forma attenuata di autismo. In tal modo, secondo alcuni studiosi, si spiegherebbe la sua pittura ricca di significati simbolici, di errori ottici e di ritratti che spesso assumono contorni allucinatori o sono rappresentati sotto le sembianze di un animale.

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Alberto Savinio, La sposa fedele, 1930-31

Vincent Van Gogh

Per quanto mi riguarda, la mia salute è buona, e come per la testa sarà, speriamo, essere una questione di tempo e pazienza.

Così scrive, alla fine di maggio del 1889, Van Gogh quando si trova ricoverato presso l’ospedale psichiatrico a Saint-Rémy. L’artista olandese (1853-1890) ha, infatti, problemi mentali: dopo una lite con Gauguin, ad esempio, si taglia un pezzo dell’orecchio sinistro con un rasoio. Eppure, il suo ricovero in Provenza è il periodo artistico più produttivo in cui completa circa 150 dipinti nello spazio di un solo anno. Alla fine si spara al petto in mezzo a un campo di grano.

Secondo il rapper Caparezza, ad essere pazzi siamo noi! Nel brano, infatti, la prima strofa recita: Prima di dare del pazzo a Van Gogh sappi che lui è terrazzo tu ground floor / Prima di dire che era fuori di senno, fammi un disegno con fogli di carta e crayon / Van Gogh, mica quel tizio là, ma uno che alla tua età libri di Emile Zola / Shakespeare nelle corde / Dickens nelle corde / Tu, leggi manuali di DVD Recorder / Lui, trecento lettere, letteratura fine / Tu, centosessanta caratteri, due faccine, fine.

L’agenzia pubblicitaria finlandese TBWA\PHS ha, però, una convinzione: se Van Gogh avesse potuto usare un farmaco contro la schizofrenia, non sarebbe arrivato a tagliarsi l’orecchio.

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Francisco Goya

Durante un viaggio in Andalusia, lo spagnolo Goya (1746-1828) si ammala gravemente e rimane a letto paralizzato, tormentato da tremendi mal di testa e d’orecchie, fino a perdere completamente l’udito per tutta la vita. Le crisi di salute del pittore della corte spagnola sono associabili a consistenti cambiamenti nel suo modo di dipingere. 

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In questo intenso autoritratto del 1820, Goya si mostra con il suo medico e si abbandona tra le sue braccia, con gli occhi chiusi, i pochi capelli scomposti, la bocca piegata dal dolore. Quasi una maschera mortuaria.

Frida Kahlo

Una vita segnata dalla malattia. Eppure è diventata un’icona dell’arte mondiale. A 18 anni, rimane gravemente ferita a causa di un incidente stradale. La spina dorsale è definitivamente compromessa così come la possibilità di avere figli.

Dipingo me stessa perché passo molto tempo da sola e sono il soggetto che conosco meglio” disse l’artista messicana legata sentimentalmente a Diego Rivera, attivista del Partito Comunista Messicano.
Queste tre opere rappresentano una sorta di “cartella clinica” figurativa: la sua colonna vertebrale operata, gli aborti e la non deambulazione.

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Henry Toulouse-Lautrec

L’artista francese (1864-1901) è affetto da una malattia genetica delle ossa che impedisce il regolare sviluppo del corpo (la sua altezza è di 1,52 cm, ma le gambe misurano soltanto 70 cm), è un alcolista depresso, contrae la sifilide e muore all’età di 36 anni. In quell’universo parigino di locali, spettacoli teatrali e cabaret, si trova a suo agio, è accettato, apprezzato, amato. E’ il confidente leale e rispettoso delle prostitute, l’amico dei migliori attori e ballerini della scena francese di fine Ottocento.

Henry Matisse

Quando l’artista francese (1869-1954) capisce ormai di avere una ridotta mobilità, di essere costretto a stare in carrozzina o per lunghi periodi nel suo letto, comprende anche di non poter più dipingere. E allora cambia dando vita a una nuova stagione artistica. Bellissima.
Riprende a ritagliare le forme nella carta, nel vivo del colore, a creare grandi collage con tonalità vivissime. Questi lavori si chiamano Cut-Outs. La felicità creativa può accompagnare un artista nei momenti più difficili.

Nell’estate del 1952, l’82enne Matisse decide con la sua assistente Lydia Delectorskaya di andare in piscina a Cannes per guardare le persone nuotare. Il caldo però è soffocante e i due sono costretti a tornare a casa. «Costruirò da me la mia piscina personale» dichiara allora Matisse: si arma di forbici e di una carta blu brillante e inizia a ritagliare figure sinuose di onde e nuotatori, che poi appende alle pareti di casa.

Ho sempre adorato il mare e ora che non posso più andare a nuotare, me ne sono circondato.

Ecco il risultato del suo lavoro:

Video realizzato dalla Tate Modern di Londra in cui si nota il processo creativo di Matisse riguardo ai Cut-Outs

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