Capire Munch

Nelle vicende artistiche europee a cavallo tra l’Ottocento e il Novecento, non si può prescindere dalla figura del norvegese Edvard Munch (1863-1944).

Tre date

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Munch, Autoritratto, 1895-96

Munch effettua due viaggi a Parigi. Nel primo, nel 1885, riesce ad entrare in contatto con gli impressionisti apprezzando la luminosità della loro tavolozza ma rifiutandosi di dipingere en plein air (all’aria aperta).

Nel secondo, nel 1889, conosce Gauguin e Van Gogh dai quali assimila l’uso espressivo e soggettivo del colore.

Nel 1892, invece, espone a Berlino il suo Fregio della vita, ovvero una sequenza di circa cinquanta opere sulle fasi della vita umana. La mostra è un flop e viene chiusa dopo appena otto giorni poiché giudicata un insulto all’arte. Ma, alcuni artisti locali ne difendono il valore e costituiscono un’associazione che vuole polemicamente separarsi dalla cultura ufficiale per avviarsi verso un’arte nuova in grado di interessarsi all’interiorità umana. Nasce, in pratica, la cosiddetta Secessione di Berlino.

Una biografia segnata dal dolore

All’età di cinque anni, Munch perde la madre per tubercolosi. Dopo nove anni, per la stessa malattia, muore anche la sorella minore. L’appuntamento con la malattia e la morte segnano l’esistenza dell’artista che resta suggestionato anche dalla filosofia esistenzialista del danese Kierkegaard. In tal modo, si spiega la presenza nei suoi dipinti di sentimenti quali il dolore, la paura, la solitudine, la sofferenza.

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Alcune opere de “Il Fregio della Vita” (da didatticarte.it)

In Pubertà (1893), l’adolescente immobile sul letto nasconde le sue nudità all’interno di una composizione spaziale ristretta e rimanda ad un’età di passaggio conflittuale, tra il timore e il desiderio di diventare adulta e di scoprire la propria sessualità. Il tormento interiore della ragazza sembra proiettarsi in quell’ombra minacciosa sul fondo e nei colori dai contrasti stridenti.
Eppure, negli stessi anni, Renoir (1841-1919) rappresenta una giovinezza diversa, spensierata, intenta a godersi la vita nei piccoli gesti quotidiani e all’aria aperta.

Anche l’utilizzo di una tavolozza di colori limitata contribuisce ad accentuare il divario con la pittura impressionista. Munch, infatti, stende il colore con una pennellata piatta che poi raschia parzialmente con la spatola facendo apparire la materia cromatica sfilacciata e le figure quasi sul punto di dissolversi, come un ricordo sfocato e fuggevole.

La distanza dagli impressionisti

Il contrasto con Renoir è ancora più evidente quando Munch si occupa della rappresentazione della borghesia. Se il maestro francese tende a creare un’atmosfera di chiassosa e serena allegria di un pomeriggio di festa al Moulin de la Galette (1876), al contrario, nella Sera nel corso Karl Johann (1892), la consueta passeggiata serale – lo struscio, diremmo oggi – degli abitanti facoltosi di Christiània (antico nome della città di Oslo) si trasforma in un’inquietante insieme di figure dai volti indefiniti e pallidi.

Per Munch, è la denuncia dell’ipocrisia, delle vuote ritualità e del conformismo della classe sociale borghese, intento rimarcato anche dall’uso in funzione espressiva dei colori che diventa uno strumento di evocazione di stati d’animo negativi. Se Renoir esalta la gioia di vivere e la condivisione dei piaceri in spazi aperti, Munch, in quegli stessi spazi cittadini, vede solitudine e angoscia.

Il malessere esistenziale dell’artista è la visione di una nuvola infuocata sul tipico paesaggio norvegese dei fiordi in un momento di debolezza causato dalla sua malattia. Munch racconta:

Una sera passeggiavo per un sentiero, da una parte stava la città e sotto di me il fiordo. Ero stanco e malato. Mi fermai e guardai al di là del fiordo – il sole stava tramontando – le nuvole erano tinte di un rosso sangue. Sentii un urlo attraversare la natura: mi sembrò quasi di udirlo. Dipinsi questo quadro, dipinsi le nuvole come sangue vero. I colori stavano urlando.

Ne L’urlo (1893), un processo di deformazione e semplificazione formale investe sia il soggetto che il paesaggio. Il volto del protagonista è ormai una tragica maschera di morte in mezzo a pennellate fluide e ondeggianti che, assieme agli urti cromatici e all’inquadratura diagonale del ponte, restituiscono allo spettatore l’amplificazione sonora dell’urlo.

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Della celebre tela di Munch, divenuta un’icona dell’arte, esistono tre versioni a tempera e una litografia. La versione conservata al Munch Museum di Oslo è stata rubata (e poi ritrovata) per ben due volte, nel 1994 e nel 2004. Un’altra versione è stata venduta dalla case d’aste newyorkese Sotheby’s per 120 milioni di dollari nel maggio del 2012.

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Parodie de L’urlo (da didatticarte.it)

2 commenti su “Capire Munch”

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