In epoca medievale, il ritratto autonomo non viene più eseguito. Ciò non significa si rinuncia a rappresentare i personaggi della società, ma l’intento è unicamente di raffigurare l’individuo in quanto detentore di una carica, in quanto “potente” (papa, vescovo, re…). Non si presta attenzione, dunque, alla fisionomia.
Cosa cambia nel Quattrocento?
L’Umanesimo celebra le capacità razionali e le qualità creative dell’uomo che è considerato il centro dell’universo. Questa nuova coscienza del valore dell’individuo pone le premesse per un rinnovato interesse alla tipologia del ritratto. Ci sono notizie che, in nord Italia, ad esempio, nella seconda metà del Quattrocento, in occasione dei matrimoni combinati tra i giovani principi appartenenti a corti differenti, i fidanzati possono conoscere le fattezze del futuro coniuge tramite uno scambio di ritratti.
Nascita del ritratto rinascimentale
La cultura umanistica, inoltre, porta a un recupero dei testi e dei modelli figurativi classici. Le rovine e le vestigia dell’Antichità, in particolare quelle di Roma, sono guardate con occhi nuovi dagli artisti rinascimentali e costituiscono un motivo di studio, di ricerca, di ispirazione e di confronto. Il ritratto rinascimentale, dunque, è fortemente dipendente dalla tradizione classica. Adotta un unico schema di presentazione, quello del volto di profilo. Ha una finalità celebrativa e commemorativa.
Si parte con le medaglie di Pisanello
Il ritratto di profilo deriva direttamente dalle medaglie antiche.

Prima ancora che in pittura, il genere del ritratto si diffonde proprio nella medaglistica: a partire dal 1438, l’artista Pisanello (1395-1455) si dedica alla produzione di una ventina di medaglie celebrative in bronzo per i più svariati committenti italiani, in cui sul recto è presente il ritratto araldico del signore, e nel verso si propone un’invenzione allegorica di grande raffinatezza connessa al personaggio.

Nel Quattrocento, la penisola italica è costituita da numerose signorie e nelle corti il ritratto ha una funzione importantissima per celebrare il signore, per mostrarne il potere, la ricchezza, lo sfarzo, per esaltarne le virtù, i legami familiari e le imprese.
La formula del profilo rimane invariata; cambia, invece, il contesto e la struttura come dimostrano alcuni famosissimi esempi che, di seguito, propongo.
Pisanello e Piero della Francesca
Il Ritratto di Leonello d’Este di Pisanello (1441) ha un fondo floreale puramente decorativo

Il dittico dei Duchi di Urbino, dipinto da Piero della Francesca tra il 1465 e il 1472, ritrae i coniugi Battista Sforza e Federico da Montefeltro, valoroso condottiero, abile stratega e grande mecenate, sullo sfondo del territorio delle dolci colline marchigiane. Con il suo stile razionale, Piero della Francesca trasforma il ritratto nella rappresentazione del perfetto uomo rinascimentale, consapevole della centralità del suo ruolo nell’universo.

Il dittico di Urbino: Federico e Battista
Le due immagini, infatti, sono realistiche per la verosimiglianza dei dati fisionomici, come il pallore della duchessa e il volto segnato da rughe e verruche del marito, ma molto idealizzati nelle pose fisse e negli sguardi rivolti verso qualcosa di indefinito.
La scelta della rappresentazione del profilo sinistro del duca è una scelta intenzionale. Egli, infatti, è rimasto sfigurato all’occhio destro durante un torneo di combattimento in età giovanile. Tuttavia, l’ostentazione orgogliosa e sicura del suo naso aquilino trasforma un suo difetto fisico in un punto di forza.

Battista Sforza è riccamente vestita, presenta una fronte esageratamente alta e una sofisticata pettinatura nella quale è incastonato un prezioso gioiello e dalla quale si gonfia un leggero velo bianco con un complesso gioco di pieghe.

Il dittico è dipinto anche sul verso al fine di individuare i valori etici dei due personaggi, raffigurati su due antichi carri in compagnia delle figure delle Virtù. Lui siede con l’armatura ed è incoronato dalla Vittoria. Lei, invece, morta prematuramente a 26 anni per conseguenze post parto, è in compagnia di due unicorni, simboli di castità, ed è accompagnata da figure che sottolineano il suo animo pio e gentile.
APPROFONDIMENTO: confronta il ritratto italiano con il ritratto fiammingo
Pollaiolo e Mantegna
Alcuni ritratti di Antonio Pollaiolo (1433-98) sono riconducibili a finalità estetiche e decorative per esaltare la moda del tempo, dalla preziosità delle vesti alle complicate pettinature femminili.

La vita e le abitudini a corte dei signori Gonzaga sono descritti negli straordinari ritratti collettivi degli affreschi della Camera degli Sposi, nel castello di Mantova, eseguiti da Andrea Mantegna tra il 1465 e il 1474.

Il caso di Firenze
A differenza delle varie corti italiane (Ferrara, Mantova, Urbino, Milano), lo sviluppo del genere del ritratto è diverso nella città toscana poiché l’esaltazione dell’orgoglio dinastico di una famiglia mal si concilia con la forma istituzionale della Repubblica.
In età medicea, perciò, il ritratto di un gruppo di famiglia compare soltanto a scopo votivo entro dipinti religiosi, anche se non è da escludere un intento celebrativo.
Un importante esempio è rappresentato dalla Adorazione dei magi di Sandro Botticelli (1475) commissionata da Gaspare di Zanobi del Lama, sensale dell’Arte del Cambio (una sorta di funzionario amministrativo) i cui i positivi rapporti di affari con la grande dinastia dei banchieri fiorentini giustifica la presenza di ritratti di personaggi contemporanei – i componenti della famiglia de’ Medici, appunto – in scene sacre.

La scultura: i busti ritratto
Negli stessi anni, si sviluppa il gusto per il busto ritratto, cioè di busti scultorei caratterizzati al massimo nell’espressione, nei lineamenti e nei minimi tratti del volto per l’uso del calco direttamente dalla salma.
Tuttavia, l’eccezionale attenzione naturalistica dei volti va collegata anche al vivo interesse per gli studi di physiognomonia e per l’usanza, anch’essa di derivazione classica, di decorare la casa con i grandi personaggi della famiglia, esponendo i busti al pubblico, talvolta sull’architrave dei palazzi o come sovrapporta all’interno di una stanza.
In un passo della Naturalis historia, Plinio ricorda:
altri ritratti delle figure più grandi della famiglia erano fuori dalla porta e intorno alla soglia fra le spoglie appese dei nemici, che neanche al compratore era lecito schiodare, e rimanevano a simbolo di trionfo anche quando mutavano i padroni della stessa casa
Per appronfondire l’argomento, consiglio la lettura di Enrico Castelnuovo, Ritratto e società in Italia. Dal Medioevo all’avanguardia, Einaudi, 2015





Ciao Dario, come sempre leggerti è ricchezza! Grazie!
Ti ringrazio. Il tuo commento è piacevole e mi stimola ad andare avanti. Anche il tuo blog è molto interessante
Pingback: Il ritratto fiammingo del Quattrocento – DIARIO DELL'ARTE
Pingback: Due ritratti: i duchi di Urbino e i Ferragnez – DIARIO DELL'ARTE
Pingback: Il ritratto fiammingo del Quattrocento – DIARIO DELL'ARTE
Pingback: Un Gesù scandaloso a Siviglia – Diario dell'arte