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Il rapporto tra Pop art e musica

Il rapporto tra la pop art e la musica pop negli anni compresi tra il 1955 e il 1985 svela come la cultura di massa può essere veicolata contemporaneamente dalle arti figurative e dal mondo musicale.

D’altronde, nel Novecento, le forme più popolari di cultura tendono alla multimedialità: spesso, la combinazione di parole, musica, immagini e danza creano complessi risultati artistici. Non a caso si parla di cross-over, ossia di contaminazioni fra diverse arti, mezzi espressivi, generi, stili e culture.

La dimensione visiva della musica pop

La musica pop non ha soltanto una dimensione sonora ma anche visiva. Le caratteristiche visive, infatti, (rappresentati dal palcoscenico, effetti luce, costumi, trucco, gestualità, grafica, video) diventano essenziali per l’identità di una pop star o di un gruppo.

Ad esempio, Boy George, personaggio cardine del gruppo dei Culture Club dei primi anni Ottanta, diventa popolare grazie alla costruzione della propria immagine: abbigliamento bizzarro, trucco pesante, travestimenti in abiti femminili.

Culture Club, Do You Really Want To Hurt Me, 1982

Il ruolo delle scuole d’arte in Gran Bretagna

I college e le scuole d’arte britanniche hanno un’influenza rilevante sulla musica pop.

Grazie a un sistema di sostegno nazionale, numerosi futuri musicisti, provenienti da umili contesti sociali, accedono per la prima volta ai livelli superiori del sistema scolastico ottenendo un diploma di laurea. Essi sono portatori di ottimismo ed energia, irriverenza verso l’autorità e una naturale familiarità con la cultura di strada e la musica rock americana.

I corsi hanno un’effetto liberatorio. Stimolano la creatività e la manualità. Gli studenti sono incoraggiati a ricercare, improvvisare, sperimentare progetti multi e intermediali.

Nel 1957, John Lennon frequenta il Liverpool Art College. I componenti dei Pink Floyd hanno una formazione pittorica e architettonica. A Londra, Freddie Mercury è studente dell’Ealing College of Art e i suoi interessi spaziano dal surrealismo al decorativismo di Alphonse Mucha.

Soft Cell, Tainted Love, 1981. Il duo Marc Almond e David Ball si conosce nei corsi della scuola d’arte di Leeds

Le origini della pop art

Alla metà degli anni ’50, in Inghilterra, l’espressione pop art (pop sta per popular, popolare) indica come la diffusione dei mezzi di comunicazione di massa stia modificando radicalmente la cultura collettiva.

In effetti, nelle case e nella testa delle classi di livello sociale medio-basso e non colto, la televisione, il cinema, i fumetti e la pubblicità introducono una valanga di immagini, parole e motivetti musicali ripetitivi, di amplissima diffusione e dalla fortissima presa, elaborati da specialisti della comunicazione con l’esclusivo obiettivo commerciale (la vendita).

Tutti sono coinvolti da questo nuovo mondo figurativo. Decade la distinzione e la separazione tra cultura “alta” (elaborata all’interno delle istituzioni accademiche) e la cultura “bassa” dei fumettisti, pubblicitari, disegnatori di moda e produttori musicali.

La mostra This is tomorrow

Gli artisti della pop art britannica, riuniti nella mostra londinese This is tomorrow nel 1956, lavorano sull’iconografia della cultura di massa manipolando le nuove immagini con tecniche meccaniche, fredde e distaccate come i metodi della riproduzione industriale.

Il londinese Richard Hamilton (1922-2011) realizza un piccolo collage fotografico di un interno domestico moderno abitato da un Mister Muscolo, una provocante pin-up sul divano e una casalinga con l’aspirapolvere su una scala.

E’ un’opera accattivante e provocatoria nella quale sono concentrati tutti gli oggetti del desiderio allusivi al nuovo stile di vita e al piacere sessuale (vedi il grande lecca lecca che regge l’uomo).

La pop art si appropria della musica

Nel suo continuo rimando alla modernità e ai nuovi fenomeni di massa, la pop art tiene conto ovviamente della musica e dei suoi protagonisti.

Peter Blake

Con Girl with their hero (1959-62), Peter Blake raffigura tre donne eccitate e sconvolte per la visione del loro idolo, Elwis Presley, che appare in una molteplicità di visioni tratte da rotocalchi.

pop art musica Blake Elwis Presley
Blake, Girls with Their Hero; Pallant House Gallery

David Hockney

La genesi della tela Doll boy (1960-61) di David Hockney si spiega con il riferimento ad una strofa di una canzone di Cliff Richard, Living doll, in cui si parla, con un tono di voce sexy, di una ragazza (She’s a real live walking talking living doll). L’opera si basa su questo verso ma la figura è maschile.

Sulle stesse tonalità e linee compositive, si basa un’altra tela che omaggia il cha-cha, un ballo latino americano diffuso agli inizi degli anni Sessanta.

Richard Hamilton

Swingeing London ’67 (Londra violenta ’67) è il titolo di una serie di lavori di Richard Hamilton realizzati tra il 1968 e il 1969 in risposta all’arresto del musicista Mick Jagger e del mercante d’arte Robert Fraser, accusati di detenzione di droghe leggere. Il titolo costituisce un sarcastico gioco di parole sull’espressione Swinging London (letteralmente, la gaia Londra) coniata dalla rivista Time.

Hamilton, London 67, 1968-69. Le manette sono in rilievo e in materiale metallico.

Hamilton mostra la repressione nascosta dietro un’immagine di società emancipata. In una foto d’agenzia, infatti, da cui trae ispirazione per le sue opere, i due accusati sono ammanettati all’interno di un furgone della polizia.

La pop art negli Stati Uniti: Andy Warhol

Andy Warhol (1928-1987) attua con mezzi meccanici (la serigrafia) la ripetizione ossessiva dell’immagine di prodotti di largo consumo, come le zuppe precotte Campbell, le bottiglie in vetro della Coca-Cola o le confezioni di cartone del sapone Brillo.

In effetti, la sua intera ricerca riguarda l’immaginario pubblicitario dei prodotti alimentari degli americani. Tuttavia, egli non tralascia le star di Hollywood e le celebrità della pop music. La martellante ripetizione delle figure di Helvis Presley e Mick Jagger all’interno dei suoi lavori suscita un profondo processo di alienazione nello spettatore.

Il metodo seriale diventa una metafora del poderoso e incessante battito del rock’n’roll. Di proposito, Warhol utilizza inchiostri industriali che saltano subito all’occhio per la loro cromia, come nei manifesti dei prodotti commerciali sparsi per le strade di New York.

Warhol, Mick Jagger, 1975

Nel ritratto di Jagger (come in quelli di Marilyn Monroe, Mao, Che Guevara), il particolare accostamento di forma e colore produce una sfocatura ottica che svuota di significato il senso stesso del ritratto. Predomina l’effetto decorativo e la riconoscibilità del marchio, un meccanismo ancora una volta mutato dal linguaggio pubblicitario.

The Rolling Stones, (I Can’t Get No) Satisfaction (Live on The Ed Sullivan Show)

I manifesti: nel cuore della controcultura del ’68

Nella seconda metà degli anni ’60, San Francisco diviene celebre per la grafica dei manifesti rock. La città, d’altronde, è uno dei centri di diffusione del movimento giovanile e studentesco statunitense dichiaratamente pacifista e in atteggiamento polemico e critico nei confronti della famiglia, la scuola e la società considerate dispositivi di oppressione delle energie e delle creatività moderne.

All’interno della diffusione di nuove mode e libertà di vivere, vestire e comportarsi quotidianamente, la musica rock è un catalizzatore di una controcultura in cui si affrontano apertamente temi come il sesso, la droga, la minaccia della guerra nucleare, l’insoddisfazione e la frustrazione di essere giovani.

Dunque, i manifesti sono creati con estrema libertà, accantonando ogni regola pubblicitaria. Ad esempio, alcuni caratteri tipografici sono distorti o integrati nel disegno tali da rendere difficile la lettura. La grafica è fitta e straripante. Alcuni contrasti cromatici sono molto intensi. Le fonti iconografiche sono svariate e, spesso, si fondono tra loro associando cultura occidentale e orientale, popolare e classica con risultati accattivanti.

L’artista Martin Sharp (1942-2013) è l’autore dei celebri ritratti di Bob Dylan e Jimi Endrix.

In Mr Tambourine Man, c’è un ripetuto motivo circolare, in rosso e nero su fondo d’oro, con il quale si raggiunge uno sfarzoso decorativismo grafico. Attraverso mezzi pittorici, Sharp evoca la sensazione fluttuante e soprannaturale di una musica capace di espandere la mente e di un “viaggio interiore”, forse indotto dalla droga (sul significato del testo del brano Mr. Tambourine Man, clicca qui).

Al contrario, Hendrix è rappresentato come il simbolo del chitarrista rock che esplode in un’estasi di luce ed erotismo osservata al rallentatore.

La musica si appropria della pop art

Il gruppo musicale rock britannico Who nel 1965 si presenta come il “suono della pop art” lanciando singoli come Anyway, Anyhow, Anywhere e My generation. La consapevolezza dell’uso della pop art da parte della band si riversa addirittura in una linea di abbigliamento in cui la bandiera inglese, il bersaglio a colori e le medaglie militari sono immagini ricorrenti che riprendono i lavori di Blake, Johns e Noland.

Nel 1967, un loro disco si chiama The Who sell out (Gli Who si vendono). All’interno, secondo una logica commerciale, infatti, ci sono inserti pubblicitari, a partire dalla copertina e dalle foto correlate. L’ironia degli stretti legami tra il mondo del commercio, la grafica e la musica pop è rappresentata dalle fotografie di David Montgomery che raffigurano i componenti della band con una gigantesca confezione di deodorante o immersi in un bagno di fagioli Heinz.

pop art musica Who pubblicità David Montgomery

Le copertine dei dischi

La vicenda degli Who è esemplare per capire gli stretti rapporti tra musicisti, imprenditori discografici e artisti pop che si concretizzano in vari campi, soprattutto nell’ideazione e nella realizzazione delle copertine dei dischi.

Memorabile è la copertina del disco firmato da Blake nel 1967 per i Beatles nel quale preannunciano la loro fase hippy e psichedelica in sgargianti uniformi bandistiche al di sopra di un’aiuola fiorita e attorniati dai loro riferimenti culturali.

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