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A casa di Elisa Springer, testimone della Shoah

Elisa Springer (1918-2004) testimone della Shoah e sopravvissuta al campo di concentramento di Auschwitz, ha vissuto per 40 anni in una piccola casa del centro storico di Manduria, una popolosa cittadina salentina in provincia di Taranto.

Poco tempo fa, la sua abitazione è stata meritoriamente trasformata in una casa-museo.

In essa, si raccolgono gli affetti materiali della ragazza viennese di religione ebraica che sposò il medico italiano Guglielmo Sammarco.

La casa dispone anche di una considerevole documentazione circa la testimonianza della donna che, dopo anni di silenzi e paura, decise di raccontare la sua biografia ne Il silenzio dei vivi: All’ombra di Auschwitz, un racconto di morte e di resurrezione (1997) e di rivolgere un accorato appello ai ragazzi tramite L’eco del silenzio. La Shoah raccontata ai giovani (2003).

«Eravamo pezzi»

Eravamo pezzi, per essere sfruttati fino alla morte ed essere gettati alla fine nelle camere a gas.

Questo dicevano i tedeschi quando arrivavano i treni, parlando tra loro.

Le stanze della memoria

I numerosi oggetti della casa, disposti in piccole e dignitose stanze arredate con semplicità, ricostruiscono la biografia di Elisa che visse una giovinezza spensierata e felice, in una bellissima Vienna multiculturale.

L’atmosfera di studio e incontri familiari viene bruscamente interrotta dall’arresto del padre Riccardo, titolare di un negozio di tessuti, in seguito all’annessione dell’Austria alla Germania del 1938.

In tal modo, iniziò il periodo peggiore segnato gradualmente dalle discriminazione razziali e gli arresti di massa, dall’allontanamento e dispersione di tutti i suoi familiari e dalla cessione della sua casa a una famiglia nazista.

Auschwitz, il torbido abisso di Elisa

Elisa si rifugiò a Milano. Tradita da una spia fascista, venne deportata ad Auschwitz:

Auschwitz è il torbido abisso, sterminio di un popolo dove neanche i resti potevano essere sepolti a terra. Solo fumo attraverso i camini, quel fumo salito fino a oscurare il cielo.

Non a caso, su una parete della casa, vi è la riproduzione della casacca delle deportate ebree nei campi di sterminio in cui ogni essere umano veniva marchiato con un numero identificativo.

Quello di Elisa, matricola n. A-24020, è riportato anche sulla targa di ingresso della casa.

Salvata dalla camera a gas dal gesto di un kapò, Elisa sperimentò tutto l’orrore nazista nel corso dei successivi trasferimenti a Bergen Belsen (il campo dove morì Anna Frank), e a Theresienstadt, dove riuscì a tenere vivo nel suo animo il desiderio di sopravvivere alla distruzione.

Il bosco di betulle di Elisa

Al termine della guerra, ridotta da una larva umana, il 4 giugno 1945, Springer rientrò a Vienna a visse con Lotte, una sua zia materna.

In questo periodo, volle rivedere la sua vecchia casa di famiglia. Si accorse che la nuova proprietaria (discendente di quella iscritta al partito nazista alla quale fu assegnata l’abitazione) aveva ancora appesi nel corridoio tre quadri appartenenti ai suoi genitori.

Uno dei quei quadri raffigura un bosco di betulle ed è sistemato attualmente nei pressi della stanza da letto della casa-museo.

Un piccolo quadro, con una cornice dorata, di modesto valore pittorico, ha rappresentato per Elisa un costante legame con le sue origini, cancellate e devastate dai crimini nazisti.

Una promessa per Elisa

In un angolo della casa museo, è situato un registro delle presenze con alcuni sassi bianchi disposti in un cestino. Apponendo la sua firma e prendendo il sasso, ogni visitatore promette di recarsi presso la tomba di Elisa Springer collocata nel cimitero di Manduria per compiere un ulteriore viaggio della memoria e partecipare idealmente alla tradizione ebraica del mitzvah della sepoltura.

Un modo per connettersi spiritualmente all’eredità di Elisa Springer e assicurare che i suoi insegnamenti possano camminare e vivere nelle parole e nelle azioni di altre persone.

1 commento su “A casa di Elisa Springer, testimone della Shoah”

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