Arte queer: Tamara de Lempicka

Tamara de Lempicka (1898-1980) può essere considerata un’esponente dell’arte queer del Novecento sia per i suoi disinvolti amori maschili e femminili sia per il messaggio di emancipazione sessuale contenuto in alcune sue opere.

A partire dal suo trasferimento a Parigi (1918), infatti, de Lempicka si distingue nella scena artistica e mondana cittadina per originalità e libertà. Sembrerebbe, dunque, che tenga in grande considerazione i principi enunciati nel Manifesto futurista della Lussuria (1913) composto dalla scrittrice Valentine de Saint-Point in cui si invita a a cessare di schernire il desiderio e abbandonare le vecchie e sterili sentimentalità, le gelosie artificiali, il patetico delle separazioni e delle fedeltà eterne.

I ritratti queer di de Lempicka

Nei ritratti della duchessa de la Salle e dell’attrice omosessuale Suzy Solidor, De Lempicka affronta il tema del lesbismo inserendosi in un dibattito pubblico alimentato dal breve film muto Priapo e Saffo (1911) e dalla Recherche di Marcel Proust (1913-23).

Soprattutto per il primo ritratto, sembra appropriato il riferimento al saggio di Bernard Talmey, Woman, pubblicato nel 1904 in cui la lesbica viene descritta secondo dei parametri attualmente superati:

rifiuta abiti appropriati e assume e affetta modi mascolini. Pratica sport maschili. Cavalca, gioca a palla, usa le armi. Compie atti di coraggio e si comporta in modo spavaldo, è invadente e ama viaggiare.

D’altronde, in questa ottica, può essere letto il celebre Autoritratto nella Bugatti verde del 1932: un’immagine di emancipazione femminile in cui la donna moderna in caschetto e guanti di daino guida un’automobile, oggetto dell’estetica avanguardista del futurismo di Marinetti.

L’automobile sarà il simbolo della liberazione della donna. Dal giorno in cui ha afferrato un volante, Eva è diventata uguale ad Adamo. Quando una donna avrà tra le mani una forza di diciotto cavalli che guiderà col mignolo, si farà beffe dell’uomo che, da secoli, dice: “Io sono il tuo padrone perché ho dei muscoli più forti dei tuoi e posso asservirti con la maternità”.

(Madame J. Bruno Ruby, La femme et l’automobile, in Figaro, ottobre 1930)

Il ritratto di André Gide

Lempicka predilige ritrarre personaggi che si impongono con la loro storia e la loro fama. È il caso del ritratto di André Gide (1925 circa) che proprio in quegli anni a Parigi era chiacchieratissimo per aver confessato la propria omosessualità attraverso un testo intitolato Corydon.

Ritratto di André Gide, 1925 circa

Il tormento dello scrittore, profondamente diviso tra il piacere all’abbandono e il rigore della morale religiosa, è visibile nel suo volto ossuto, privo di espressione ma animato da una intensità che nasce dalle fessure buie degli occhi.

Si tratta di una cecità metaforica intesa come una luminosa ignoranza che preserva dai tormenti del peccato che nascono laddove c’è conoscenza. L’interpretazione è all’origine di uno dei testi più sofferti di Gide, La sinfonia pastorale (1919), una drammatica critica della morale cristiana.

Lo stile pittorico di de Lempicka

Per quanto riguarda lo stile pittorico, l’artista utilizza una gamma cromatica ridotta e le figure umane appaiono deformate perché rientrano all’interno di linee conduttrici curve che disegnano archi e cerchi.

I corpi hanno senza dubbio una prepotenza scultorea e una solidità marmorea derivante anche dall’uso di una luce fredda.

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