Il pittore britannico Keith Vaughan (1912-1977) può essere considerato un esponente dell’arte queer contemporanea perché nelle sue opere traspare la problematica accettazione della propria omosessualità.
Classificato dai critici come un esponente del neoromanticismo britannico (assieme a John Craxton e John Minton), in realtà, Vaughan esplora il linguaggio astratto, la semplificazione delle forme naturali di ascendenza cubista e la rappresentazione pittorica della nudità umana.

[Archivio Tate © DACS, The Estate of Keith Vaughan]

Lo spazio queer in Inghilterra
Nel 1967 l’Inghilterra decriminalizza gli atti omosessuali se commessi in privato tra uomini consenzienti sopra i 21 anni. Nonostante l’approvazione della legge, continua imperterrita la stigmatizzazione degli elementi più visibili del network queer e aumentano i procedimenti contro l’omosessualità.
Dall’altra parte, Londra (e in particolare il quartiere di Soho) era considerata l’epicentro europeo della cultura queer alla quale nessun artista poteva sottrarsi.
Insomma, il clima è quello di concedere un ambito di autonomia e libertà esclusivamente nello spazio domestico. Di tutto ciò, Vaughan ne è consapevole: nelle pagine del suo diario, infatti, descrive la propria distanza da una società (etero)normativa e mascolina. Tra le altre cose, Vaughan scrive
l’uso continuo della figura maschile conserva sempre la macchia della concezione omosessuale. K.V. dipinge giovani nudi. Perfettamente vero, ma sento che devo nascondere la testa per la vergogna. Inevitabile, suppongo, colpa sociale dell’invertito
Il mondo classico nelle opere di Vaughan
Vaughan si serve dell’immaginario del mondo classico per veicolare messaggi ed istanze contemporanee legate al proprio universo omosessuale. Per l’artista, infatti, l’antichità greca è il luogo della nascita della civiltà occidentale e può essere un mezzo per la rappresentazione di una sorta di esperienza umana comune in grado di includere anche i propri impulsi personali e gli obiettivi della propria ricerca artistica.
Vaughan andò in Grecia in tre diverse occasioni. Raffigurare, ad esempio, l’isola di Mykonos è una scelta precisa che rimanda alla vitalità della vita notturna LGBT+ del luogo.


Inoltre, Vaughan si confronta con i miti greci: tra tutti, il Minotauro e il Laocoonte.
Il primo è inteso come un simbolo del conflitto interno dell’individuo civilizzato con la sua natura animale e i suoi desideri bestiali. Il secondo, considerato come prototipo dell’agonia umana nell’arte occidentale, si riferisce al conflitto dell’uomo con il suo ambiente e potrebbe anche essere un’esplorazione della lotta personale dell’artista britannico con l’esperienza del desiderio omosessuale.


Creare una corrispondenza tra le lotte per il riconoscimento dei diritti queer e il canone classico trasforma i problemi personali di Vaughan in potenti esempi della condizione umana alla pari delle grandi narrazioni del mondo antico. L’uomo gay è stato così umanizzato e reso riconoscibile al pari dei kouroi.


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