In Italia, nel dopoguerra, la fotografia e il cinema sono le arti maggiormente coinvolte nel movimento culturale denominato Neorealismo che si afferma tra la fine della seconda guerra mondiale (1945) e i primi anni degli anni Sessanta.

La situazione politica in Italia
Dopo vent’anni di regime dittatoriale e due di guerra civile con la tragedia dell’occupazione nazista, l’Italia sperimenta un nuovo assetto istituzionale. Seppur distrutta economicamente e moralmente, l’unica garanzia è rappresentata dagli esponenti e dai partiti del movimento della Resistenza (1943-45) che hanno partecipato al Comitato di Liberazione Nazionale contribuendo alla fine del fascismo e della guerra.
Sotto il governo di Alcide De Gasperi, il 2 giugno 1946 viene eletta l’Assemblea costituente e scelta la Repubblica come forma di governo. Il 1 gennaio 1948 entra il vigore la Costituzione che prevede un Parlamento bicamerale eletto a suffragio universale, e la figura del Presidente della Repubblica.
Nonostante la forte presenza di un partito comunista e socialista, l’Italia si colloca all’interno del blocco atlantico occidentale in contrapposizione al blocco sovietico comunista aderendo ai principi della democrazia e del libero mercato
La fotografia come libero racconto
L’Italia democratica è raccontata attraverso la fotografia da molteplici professionisti sia come forma di libera iniziativa sia nel circuito della comunicazione di quotidiani e riviste. In tutte le produzioni, emerge la voglia della rappresentazione di una realtà senza retorica, l’importanza delle cose vere, del documento irripetibile e del quotidiano scorrere della vita.
Dopotutto, l’irruzione della realtà è una reazione al carattere propagandistico delle arti sotto la dittatura fascista che ha represso ogni forma di libertà ed iniziativa spontanea in nome dell’esaltazione del regime e di un’idea rigorosamente organicistica della nazione.


L’immaginario visivo del fascismo è scardinato. La campagna non è più soltanto il luogo della conservazione dei valori e dei singoli momenti eroici come la semina e il raccolto del grano che solennizzano la politica autarchica di assoluta autosufficienza alimentare. Le città non sono più lo sfondo di parate militari e proclami di guerra.


D’altronde, la fotografia è per sua natura realista: non può prescindere dall’esistenza concreta di un soggetto davanti all’obiettivo.
Il fotogiornalismo di Gardin
Nell’ambito del Neorealismo, dunque, prevale il filone del fotogiornalismo, ovvero la documentazione oggettiva delle condizioni sociali che testimoniano un passaggio alla civiltà industrializzata e al consumismo di massa anche grazie agli aiuti economici previsti nel Piano Marshall (1947-51).
La tecnica preferita è quasi sempre il bianco e il nero per la sua capacità di enfatizzare il soggetto. Gianni Berengo Gardin (1930) afferma che “il reportage è in bianco e nero perché il colore distrae dal soggetto“. E aggiunge che “l‘impegno del fotografo non dovrebbe essere artistico, ma sociale e civile“. Il soggetto principale di Gardin è l’uomo colto nelle sue reazioni emotive e nei suoi comportamenti nell’ambiente in cui opera.
Fosco Maraini
In questo periodo, il patrimonio visivo di Gardin è simile ai suoi colleghi per la coerenza delle scelte linguistiche e per i temi trattati.
Ne Il mendicante azzimato (Napoli, 1951) di Fosco Maraini la contrapposizione tra le classi sociali è enfatizzata dal piattino dell’elemosina, il fulcro compositivo di tutta l’immagine che ha un punto di vista ribassato con il soggetto disposto sul margine sinistro. L’uomo, infatti, sembra che non si può più muovere nello spazio circostante mentre la gente gli passa davanti, indifferente.

Mario De Biasi
Il flusso migratorio interno dal Sud Italia verso il Nord e il fenomeno dell’emigrazione verso i paesi europei ed extraeuropei sostengono la domanda di manodopera a buon mercato e portano allo spopolamento di intere aree del Mezzogiorno. Tra il 1958 e il 1963, ad esempio, 900.000 persone trasferiscono la loro residenza dal Meridione al triangolo industriale Genova-Torino-Milano.
Il tema della partenza e della speranza di condizioni di vita migliori è l’oggetto di una foto di Mario De Biasi (1923-2013) in cui la valigia (con all’interno tutto il suo carico di vita) esprime precarietà ed insicurezza.


Con Mario Finocchiaro, invece, la folla acquisisce riconoscibilità sulla banchina della stazione centrale di Milano, luogo di arrivo di migliaia di meridionali. Pose, atteggiamenti e abbigliamento differenziano le persone tra la stanchezza del viaggio, il peso delle valigie e la prospettiva di un nuovo giorno.
Nelle sue opere, De Biasi propone i nuovi paesaggi urbani della periferia milanese e dell’industrializzazione galoppante. In questo bacio rubato, l’armonia e la spontaneità sentimentale della coppia si dissolve in un’ampia inquadratura in cui prevalgono le linee rigide e verticali della modernità, rappresentati dal lampione e dalla ciminiera dell’industria.

Fotografare il lavoro
Dopo la devastazione bellica, la rapida ripresa delle economie europee negli anni Cinquanta fa parlare di miracolo economico. La costante crescita del prodotto interno lordo (Pil) è sostenuta dal sistema economico statunitense che aumenta la propria spesa negli armamenti militari e sostiene la domanda e gli investimenti attraverso il Piano Marshall.
I movimenti migratori non riguardano soltanto gli spostamenti geografici ma anche i movimenti da un settore socio-economico ad un altro. Il vasto indotto dell’industria siderurgica e meccanica spinge i giovani ad abbandonare le campagne, a studiare e formarsi, a diventare classe operaia e imprenditoriale.

Le direttrici oblique evidenziano gli sguardi tra il giovane e l’adulto e le loro mani sporche di grasso attorno all’oggetto
Nel mondo contadino, tuttavia, prevalgono ancora lavori faticosi e logoranti documentati dalla serie delle mondine nella bassa padana da Alfredo Camisa (1927-2002).
Gli interni sono angusti e ristretti, dall’esterno filtra una luce che costruisce lo spazio in una maniera simile alla pittura d’interno di Vermeer. Camisa racconta la vita privata delle mondine con un’accuratezza formale e un compiacimento dei dettagli tanto da proporre un neorealismo crudo, caldo ed erotico che richiama la prepotente bellezza di Silvana Mangano nel film Riso amaro (1949).

Fotografare il tempo libero
Un’assoluta novità è la rappresentazione dei momenti di svago e divertimento delle classi sociali emergenti. La nuova disponibilità di risparmi si intreccia con un positivo effetto psicologico di ricerca dei piaceri che allietino la vita: l’esibizione di nuovi oggetti tecnologici (soprattutto piccoli e grandi elettrodomestici) e la ricerca di nuove forme di comunicazione attraverso la televisione, l’acquisto di mezzi di locomozione personale quali lo scooter e l’automobile per spostarsi più facilmente in città e verso i luoghi di villeggiatura marini e montani.

Le spiagge assolate marchigiane fanno parte della ricerca fotografica di Piergiorgio Branzi che afferma: “Fotografare è un’ operazione per certi versi analoga a quella di un “vetrinista” […] in modo tale da attrarre l’attenzione del passante, suggerire una situazione, alludere, e costringerlo a “leggere” il messaggio che essa contiene“.


In contrasto con il titolo, il girotondo di seminaristi restituisce un’idea di festa, di partecipazione emotiva, come la celebre danza di Matisse. “Nella serie dei pretini ho trovato una dimensione a me sconosciuta – dice Mario Giacomelli – ho spogliato il soggetto dai canoni tradizionali per mettere a nudo l’uomo”.

[Le immagini di questo articolo sono tratte da (a cura di) Fulvio Merlak, Claudio Pastrone, Giorgio Tani, Gli anni del neorealismo. 2002. La ricerca ha visto la collaborazione di Chiara Bongiovanni e Irene Da Mutten del Liceo Artistico Cottini]