Le poesie di Pascoli nella pittura dell’Ottocento

Questa estate, ho ritrovato tra gli scaffali della mia libreria una vecchia collana della Mondadori, edita nel 1973 e diretta Enzo Orlandi, dedicata a “I giganti della letteratura” italiana. Per ogni autore, vi è una sezione che mette in corrispondenza la produzione poetica e letteraria dello scrittore con la produzione artistica ad esso contemporanea.

Per Giovanni Pascoli (1855-1912) si propone un confronto tra le sue poesie e la pittura italiana dell’Ottocento, in particolare i giovani artisti che si riconoscono nel movimento dei Macchiaioli e nelle tecniche divisioniste, innovatori nelle tematiche e nella stesura del colore.

Ho voluto approfondire questo legame e, di seguito, propongo varie corrispondenze che possono essere utilizzate per un percorso interdisciplinare tra storia dell’arte e letteratura italiana.

LA CUCITRICE (da Myricae, 1891-1903)

L’alba per la valle nera
sparpagliò le greggi bianche:
tornano ora nella sera
e s’arrampicano stanche;
una stella le conduce.
Torna via dalla maestra
la covata e passa lenta;
c’è del biondo alla finestra
tra un basilico e una menta
è Maria che cuce e cuce.
Per chi cuci e per che cosa?
un lenzuolo? un bianco velo?
Tutto il cielo è color rosa,rosa e oro,
e tutto il cielo
sulla testa le riluce.
Alza gli occhi dal lavoro:
una lacrima? un sorriso?
Sotto il cielo rosa e oro,
chini gli occhi, chino il viso,
ella cuce, cuce, cuce.

ARANO (da Myricae, 1891-1903)

Al campo, dove roggio nel filare
qualche pampano brilla, e dalle fratte
sembra la nebbia mattinal fumare,

arano: a lente grida, uno le lente
vacche spinge; altri semina; un ribatte
le porche con sua marra paziente;

ché il passero saputo in cor già gode,
e il tutto spia dai rami irti del moro;
e il pettirosso: nelle siepi s’ode
il suo sottil tintinno come d’oro.

Pascoli Arte italiana Ottocento Macchiaioli
Lorenzo Delleani, Buoi all’aratro

LAVANDARE (da Myricae, 1891-1903)

Nel campo mezzo grigio e mezzo nero
resta un aratro senza buoi, che pare
dimenticato, tra il vapor leggero.

E cadenzato dalla gora viene
lo sciabordare delle lavandare
con tonfi spessi e lunghe cantilene:

Il vento soffia e nevica la frasca,
e tu non torni ancora al tuo paese!
quando partisti, come son rimasta!
come l’aratro in mezzo alla maggese.

Pascoli Arte italiana Ottocento Macchiaioli
Mosè Bianchi, Le lavandaie, 1882

UN RONDINOTTO (da Myricae, 1891-1903)

È ben altro. Alle prese col destino
veglia un ragazzo che con gesti rari
fila un suo lungo penso di latino.

Il capo ad ora ad ora egli solleva
dalla catasta dei vocabolari,
come un galletto garrulo che beva.

Povero bimbo! di tra i libri via
appare il bruno capo tuo, scompare
come d’un rondinotto, quando spia
se torna mamma e porta le zanzare.

Pascoli Arte italiana Ottocento Macchiaioli
Antonio Mancini, Lo studio, 1875 ca

IL VECCHIO DEI CAMPI (da Myricae, 1891-1903)

Al sole, al fuoco, sue novelle ha pronte
il bianco vecchio dalla faccia austera,
che si ricorda, solo ormai, del ponte,
quando non c’era.

Racconta al sole (i buoi fumidi stanno,
fissando immoti la sua lenta fola)
come far sacca si dové, quell’anno,
delle lenzuola.

Racconta al fuoco (sfrigola bel bello
un ciocco d’olmo in tanto che ragiona),
come a far erba uscisse con Rondello
Buovo d’Antona.

Pascoli Arte italiana Ottocento Macchiaioli
Domenico Induno, Il cacciatore, 1850 ca

CHIESA DI MAGGIO (da Myricae, 1891-1903)

Sciama con un ronzio d’ape, la gente
da la chiesetta in sul colle selvaggio;
e per la sera limpida di maggio;
vanno le donne a schiera, lente lente.

E passano tra l’alta erba stridente,
e pare una fiorita il lor passaggio;
le attende, a valle, tacito il villaggio
con le capanne chiuse e sonnolente.

Ma la chiesetta ancor ne l’alto svaria
tra le betulle, e il tetto d’un intenso
rossor sfavilla nel silenzio alpestre.

Il rombo de le pie laudi ne l’aria
palpita ancora: un lieve odor d’incenso
sperdesi tra le mente e le ginestre.

Pascoli Arte italiana Ottocento Macchiaioli
Andrea Tavernier, Finita la messa, 1897 ca

LA MESSE (Nuovi poemetti, 1909)

I due fratelli con le due sorelle,
stringendo il grano e le lunate falci,
mietean le spighe e ne facean mannelle.

Torceano spighe, per legar, non salci.
E le stendeano. O vite, così stese
le carezzavi con l’ombrìa dei tralci […]

Pascoli Arte italiana Ottocento Macchiaioli
Nicola Palizzi, I mietitori

IL VIATICO (I canti di Castelvecchio, 1903)

Là, suonano a doppio. Si sente,
qua presso, uno struscio di gente,
e suona suona un campanello
sul dolce mezzodì.

Si sente una lauda che sale
tra il fremito delle cicale
per il sentiero, ove il fringuello
cauto via via zittì.

E passa un branchetto… Son quelli.
Son poveri bimbi in capelli,
poi donne salmeggianti in coro,
O vivo pan del ciel!…

È un vecchio che parte; e il paese
gli porta qualcosa che chiese,
cantando sotto il cielo d’oro:
O vivo pan del ciel!…

qualcosa che in tanti e tanti anni,
cercando tra gioie ed affanni,
ancora non potè riporre
da portar via con sè.

E gli altri si assidono a mensa,
ma egli ancor cerca, ancor pensa
al niente, al niente che gli occorre,
a un piccolo perchè,

nel piccolo passo, ch’è un volo
di mosca, ch’è un attimo solo…
Quel giorno anche per me, campane,
sonate pur così,

quel canto, in quell’ora, s’inalzi,
portatemi, o piccoli scalzi,
portatelo anche a me quel pane,
sul vostro mezzodì.

Silvestro Lega, Passa il viatico, 1864

LA SERVETTA DI MONTE (I canti di Castelvecchio, 1903)

Sono usciti tutti. La serva
è in cucina, sola e selvaggia.
In un canto siede ed osserva
tanti rami appesi alla staggia.
Fa un giro con gli occhi, e bel bello
ritorna a guardarsi il pannello.

Non c’è nulla ch’essa conosca.
Tutto pende tacito e tetro.
E non ode che qualche mosca
che d’un tratto ronza ad un vetro;
non ode che il croccolìo roco
che rende la pentola al fuoco.

Il musino aguzzo del topo
è apparito ad uno spiraglio.
È sparito, per venir dopo:
fa già l’acqua qualche sonaglio…
Lontano lontano lontano
si sente sonare un campano.

È un muletto per il sentiero,
che s’arrampica su su su;
che tra i faggi piccolo e nero
si vede e non si vede più.
Ma il suo campanaccio si sente
sonare continuamente.

È forse anco un’ora di giorno.
C’è nell’aria un fiocco di luna.
Come è dolce questo ritorno
nella sera che non imbruna!
per una di queste serate!
tra tanto odorino d’estate!

La ragazza guarda, e non sente
più il campano che a quando a quando.
Glielo vela forse il torrente
che a’ suoi piedi cade scrosciando;
se forse non glielo nasconde
la brezza che scuote le fronde

od il canto dell’usignolo
che, tacendo passero e cincia,
solo solo con l’assïuolo
la sua lunga veglia comincia,
ch’ha fine su l’alba, alla squilla,
nel cielo, della tottavilla.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *