La disperazione in Giotto

Chi è disperato è oppresso da un inconsolabile sconforto e da un grave abbattimento morale.

Nella particolare accezione del linguaggio teologico, la disperazione è il sentimento opposto alla speranza (la stessa etimologia latina spes/ desper-atio indica la contrapposizione), che nasce dalla convinzione di non potersi salvare, ritenendo impossibile il perdono dei propri peccati.

A Padova

Nella fascia inferiore della cappella degli Scrovegni, a Padova, Giotto inserisce la disperazione tra i sette vizi capitali che ostacolano il percorso della vita reale verso le beatitudini. L’allegoria della disperazione, dipinta a monocromo, è una donna impiccata, con le mani tragicamente contratte nello spasmo doloroso della morte violenta. La spessa corda pende da una stanga piegata dal peso e il collo appare spezzato, facendo supporre uno studio dal vero dei condannati a morte. In alto, a sinistra, un piccolo demonio strappa i capelli alla donna per ricordare il destino di chi rifiuta le virtù teologali.

Giotto Pittura Scrovegni Padova

Nella stessa cappella affrescata su commissione dell’usuraio Enrico Scrovegni (1303-05), la disperazione è raffigurata come stato d’animo in tre scene: è riconoscibile, infatti, nei volti delle donne che assistono all’ordine di Erode di massacrare i bambini (La strage degli innocenti)

Giotto Pittura Scrovegni Padova

e negli angeli e nelle donne che circondano la figura di Gesù ne La Crocifissione. Gli angeli, dunque, non sono più creature eteree ma sono dotati di un corpo ben visibile e quasi tangibile nelle movenze e nell’espressività.

Giotto Pittura Scrovegni Padova

Il dolore si accentua nel Compianto sul Cristo morto nelle figure dei dieci angeli, svolazzanti nel cielo azzurro, e delle pie donne che circondano Gesù, alcune delle quali reggono delicamente le braccia e i piedi.

Giotto Pittura Scrovegni Padova

La figura di San Giovanni, protesa in avanti, con le braccia spalancate verso l’indietro, ricalca la disperata posizione della madre di Meleagro, eroe mitologico greco, raffigurata su un sarcofago del 190 d.C. custodito al Louvre.

Giotto Pittura Scrovegni Padova

Ad Assisi

Alla fine del Duecento, nella basilica superiore, Giotto cerca di tradurre in immagini la fine dell’esistenza terrena di San Francesco e l’impressione esercitata sui frati dalle sue toccanti parole d’addio, riportate da Bonaventura nella Legenda Maior:

Addio a voi tutti, fratelli miei, vivete nel timore del Signore e perseverate sempre in esso. Poichè la tentazione e la tribolazione sono vicine, beati coloro che perseveranno nel cammino intrapreso! Quanto a me, mi affretto verso Dio e vi affido tutti alla sua grazia.

Intorno al corpo del Santo, sono seduti o inginocchiati i suoi seguaci, colti da un dolore sordo ma violento: uno prende la mano del morto, l’altro gli bacia i piedi, altri si coprono il viso. Uno di loro, poi, sulla sinistra, leva gli occhi al cielo, dove si trova la figura a mezzo corpo del santo trasportato da quattro piccoli angeli in cielo.

Giotto Pittura Assisi Medioevo Affreschi

Nella scena del Pianto delle Clarisse, con in testa Santa Chiara, la disperazione sembra lasciare il passo ad una maniera più toccante di muto dolore. Non hanno parole per esprimere la loro emozione e, con gli occhi di lacrime, sembrano “colombe impaurite”.

Giotto Pittura Assisi Medioevo Affreschi

Tuttavia, Tommaso da Celano è in grado di tramutare la loro angoscia in parole:

O Padre! Cosa faremo ora noi? […] Perchè non ci hai dato la gioia di precederti, là dove tu vai, invece di lasciarci qui nel dolore? Come potremo vivere nel nostro monastero, ora che non verrai più a trovarci come un tempo? Con te se ne va per noi, sepolte al mondo, ogni conforto!

A Firenze, intorno al 1320

Nella basilica fiorentina di Santa Croce, la cappella Bardi ospita un’altra raffigurazione della morte del Santo. Anche qui, attorno al catafalco, sono diposti i frati, solide figure geometriche dall’espressione disperata i cui gesti e pose ricalcano i modi giotteschi di rappresentazione della figura umana.

Rispetto ad Assisi, lo schema compositivo è più armonioso e nuova è l’introduzione della figura dell’incredulo che, posto di spalle all’osservatore, posa la mano sulla piaga del fianco, come un novello San Tommaso.

Nota iconografica: le immagini in b/n sono riprese dal catalogo online della Fondazione Zeri di Bologna

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