L’arte combatte l’Aids

A partire dagli anni Ottanta, il mondo dell’arte si è interrogata sulle modalità di rappresentazione dell’AIDS nelle più svariate forme. Gli obiettivi principali sono la testimonianza e la sensibilizzazione.

Che cosa è l’Aids?

L’Aids è una malattia del sistema immunitario causata dall’HIV, il virus dell’immunodeficienza umana che distrugge un tipo di globuli bianchi responsabili della risposta immunitaria dell’organismo. L’Aids è stata riconosciuta per la prima volta nel giugno del 1981 e ha causato 32 milioni di morti nel mondo.

Secondo i dati dell’Oms 37,9 milioni di persone nel mondo vivono con l’Hiv e 1,7 milioni hanno contratto il virus solo nel 2018.

Keith Haring, un testimone dell’Aids

Keith Haring è uno delle vittime dell’Aids. Muore nel 1990, a 31 anni. Il suo decesso segna un periodo in cui questa malattia genera una maggiore coscienza della debolezza della condizione umana.

Lo street-arter si adopera per una campagna di sensibilizzazione e prevenzione dell’Aids mantenendo il suo stile inconfondibile: le figure stilizzate, il segno nero scattante, i colori gioiosi e le scene ironiche.

Coopera con l’organizzazione Act up. Crea il personaggio di Debbie Dick, un pene dalla chioma bionda che si scaglia contro i silenzi della presidenza Reagan e i mancati finanziamenti per la ricerca sull’Aids.

Un malattia inconfessabile

In un’opera del 1989, tre omini gialli su un fondo rosso gesticolano alludendo all’assenza della vista, dell’ascolto e della parola. In effetti, l’Aids era il male inconfessabile collegata a paure, silenzi e discriminazioni racchiuse dalle parole in maiuscolo nelle due strisce blu (ignorance = fear e silence = death).

Aids arte Haring Stati Uniti d'America HIV

L’Hiv, infatti, si può trasmettere solo attraverso il sangue e i suoi derivati, lo sperma, le secrezioni vaginali e
il latte materno. Le principali vie di trasmissione, quindi, sono:

  • sessuale attraverso rapporti etero o omosessuali non protetti;
  • ematica con lo scambio di siringhe o condivisione di strumenti per l’uso di sostanze stupefacenti o trasfusioni di sangue contaminato;
  • verticale, da madre a neonato durante la gravidanza o al momento del parto.

E’ comprensibile come, almeno agli inizi, la società abbia dovuto fare i conti con alcuni argomenti tabù: le pratiche sessuali, l’approccio con il corpo altrui, la vulnerabilità alle droghe, i limiti alla propria libertà, la morale cattolica e conservatrice.

Non a caso, nella striscia blu, in basso a destra, Haring inserisce un triangolo rosa che richiama quello capovolto usato nei campi di concentramento nazisti per contrassegnare gli omosessuali.

Untitled, 1983

Aids arte Haring Stati Uniti d'America Topolino Mickey Mouse HIV

In un’intervista a Rolling Stone, Haring parla liberamente della propria omosessualità e dei suoi rapporti promiscui che lo hanno condannato a contrarre il virus. Rende noto il suo uso delle droghe, i rapporti con la famiglia e la società newyorkese e ricorda gli innumerevoli amici morti di Aids.

La sua libertà di espressione artistica sull’Aids si esplicita in questo grande acrilico su vinile del 1983.

Basato su solo tre colori (nero, giallo e rosso), l’opera ha un carattere dinamico e propone vorticosamente i simboli ricorrenti dell’universo dell’artista: gli omini stilizzati in varie pose, gli angeli e i cani.

Le complicazioni del sesso non protetto vede come protagonista Topolino dietro il quale si colloca una figura allungata a forma di vite che ha in mano il tridente, simbolo del diavolo.

Haring usa consapevolmente l’immagine di Mickey Mouse, cioè un personaggio popolarissimo, trasversale ai vari ceti sociali, per proporre un tema complicato e sottaciuto.

La proposta di General Idea

Nel corso degli anni ’80, il gruppo artistico canadese General Idea interviene sulle conseguenze politiche, sociali e culturali causate dall’Aids generando una nuova funzione per l’opera d’arte.

Essa, infatti, non può più essere il segno per imporre o esprimere la personalità dell’artista ma diventa uno strumento per entrare in contatto con l’altro e con la realtà esterna svelando, talvolta, la verità.

Il logo dell’Aids

Nel 1987, essi modellano un logo dell’Aids, una scritta replicabile in diversi colori, adattabile su qualsiasi supporto e per diverse dimensioni. Del logo, esistono sculture piccole e monumentali in metallo, dipinti con tutte le combinazioni dei colori complementari fino alla carta da parati serigrafata.

L’intento è diffondere il logo come il virus stesso con una precisa finalità di sensibilizzazione. Fuori dal circuito museale, soprattutto per le strade e sui mezzi di trasporto pubblico. La scritta deve infiltrarsi nei più vari contesti e sfrutta i nuovi sistemi di comunicazione di massa. In tal modo, gli artisti perdono il controllo del loro prodotto.

L’opera è modellata sul design del famoso LOVE (1966) dell’artista Robert Indiana che esprime il libero amore degli anni Sessanta. Vent’anni dopo, tuttavia, la libertà di amare è minacciata nelle pratiche sociali dal virus dell’Hiv.

Un’installazione minimalista: la malattia in pillole

Un’installazione adattabile in qualsiasi ambiente si compone di 1825 capsule bicolori in vinile montate su una parete e di 5 grandi capsule disposte sul pavimento. One year / one day of AZT è un rimando al primo farmaco approvato negli Stati Uniti per ritardare l’insorgenza dell’Aids nei pazienti con Hiv.

La pillola, chiamata appunto AZT (azidotimidina), è assunta da Felix Partz cinque volte al giorno per una dose annuale di 1825 unità. Le pillole di dimensioni più grandi misurano quanto un corpo umano alludendo alle casse mortuarie, pur presentando un’eleganza formale ed un’estetica minimalista.

Aids arte General Idea Canada  HIV
Genral Idea, One year / one day of AZT

Le Anatomie di Annette Messager

Aids Arte contemporanea Hiv Messager installazione
Messager, Anatomie, 1995-96

Per la francese Anette Messager, l’Aids è un intreccio disordinato di fili che pendono e si mescolano attorno a piccoli disegni a matita colorata su cui sono raffigurati i dettagli costituenti del corpo umano. Il risultato è un sistema venoso disperato e arruffato rappresentato come un materiale decaduto e proliferante.

Al contrario, il progetto Names, ideato nel 1985 dall’attivista Cleve Jones, è uno strumento di autoterapia e di condivisione del dolore.

Names, un’opera d’arte collettiva

Riprendendo una tradizione femminile, Jones cuce una coperta (quilt) delle dimensioni di una tomba in ricordo del suo partner morto per Aids. Egli invita gli amici della sua comunità omosessuale a fare altrettanto. Tutti i quilt, poi, vengono uniti in un enorme coperta che è stesa, in varie occasioni, negli spazi pubblici come monumento alle vittime di una malattia.

Si tratta di un’opera d’arte anonima, collettiva, priva di committenti, fondata sull’adesione spontanea dei suoi autori che, rispettando la struttura modulare, la caratterizzano in base all’estetica dominante di un’area culturale.

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La fotografia di Mapplethorpe

Fin dalla sua scoperta, l’Aids diviene una malattia-metafora perché si pone come un detonatore impressionante dei mutamenti nei costumi occidentali. La comparsa della malattia, infatti, più che essere stata la conseguenza di comportamenti sessuali più liberi, ha messo in discussione quelle stesse libertà così faticosamente conquistate nel dopoguerra.

Queste contraddizioni si riflettono soprattutto sulle opere di artisti colpiti dall’Aids come il fotografo newyorkese Robert Mapplethorpe (1946-1989). Le sue foto sono considerate così scandalose che, nel 1989, si decide una riduzione dei fondi pubblici americani per l’arte contemporanea.

Mapplethorpe: Look At The Pictures, Official trailer

La sua produzione si caratterizza per un’elevata qualità formale, tecniche raffinate e costose stampe al platino oltre all’uso sapiente della luce. Con la sua prima Mapplethorpe, produce nel 1975 X portfolio, una contestatissima serie di fotografie sadomaso che spezzano coscientemente il confine tra la foto d’arte e quella commerciale destinata al mercato pornografico.

All’interno, c’è il mondo di New York che conosce Mapplethorpe: pratiche erotiche estreme (tra cui un suo autoritratto con una frusta nell’ano) e coppie autentiche della scena gay. Insomma, ciò che era stato sempre taciuto, ora viene addirittura rappresentato ed elevato ad arte.

I nudi di Mapplethorpe sono uno studio botanico, una ricerca formale della classicità. Non a caso, l’accuratezza e la raffinatezza con cui è trattato il soggetto floreale ricorda il lavoro fatto sul corpo umano. Dopotutto, i fiori sono gli organi sessuali delle piante: anche in questo caso, il bello e il sesso non possono essere separati.

Uno sguardo all’Africa: la realtà della piaga dell’Hiv

Il virus dell’Hiv in Africa è la maggiore causa di mortalità tra gli adolescenti. In un continente già carente di strutture sanitarie, infrastrutturali e scolastiche, l’impegno degli artisti si concentra sulla rappresentazione della realtà come denuncia ed allarme verso l’opinione pubblica e le organizzazioni mondiali.

Il gruppo Zaire, composto da 4 artisti nati tra gli anni Cinquanta e Sessanta, propone una pittura di facile comprensibilità accompagnata da didascalie in un francese stentato, ibridato con l’originario zairese, segno delle vicende coloniali. La piacevolezza dei colori trova un risvolto negativo nei temi quali la prostituzione e la malattia.

Aids Arte contemporanea Hiv Africa Zwelethu Mthethwa

Zwelethu Mthethwa (1960) registra la vita quotidiana della popolazione nera sudafricana nella sua cronica indigenza e nei suoi momenti di tenerezza ed affettività.

L’artista si esprime attraverso immagini fotografiche di grande formato, installate in ambienti che ricordano le tappezzerie domestiche delle abitazioni che sono fotografate, ottenute assemblando fogli di vecchi giornali.

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