Grottaglie, la street art in Puglia

Grottaglie è il più antico e fiorente centro di produzione della ceramica della Puglia. Situata in provincia di Taranto, la città ospita un intero quartiere di botteghe, laboratori e forni di cottura ricavati nella roccia e in ambienti ipogei lungo la gravina di San Giorgio.

La produzione si divide in due filoni principali: esiste una manifattura artistica ricercata e preziosa che utilizza lo smalto bianco stannifero e una ceramica rustica e popolare caratterizzata da una variegata tavolozza cromatica, che spazia dal verde marcio al blu, dal manganese al giallo ocra. A questa produzione, appartengono gli oggetti della civiltà contadina meridionale, quali i recipienti per la conservazione dell’olio, del vino e del grano (i capasoni) e gli utensili da cucina marchiati con il famoso simbolo, un galletto stilizzato.

2008, la street art risveglia le coscienze

Proprio nel quartiere delle Ceramiche e nel centro storico, a partire dal 2008 (e per ben 5 edizioni, fino al 2012), l’artista grottagliese Angelo Milano di Studio Cromie organizza un festival internazionale di street art denominato Fame con l’obiettivo (si legge nella voce dell’enciclopedia online Treccani) di risvegliare ed animare la coscienza di Grottaglie lanciando un grido di allarme contro la classe politica e dirigente della città che, all’epoca, era impegnata a discutere sull’apertura di una discarica di rifiuti tossici.

Si propone, dunque, una situazione nuova in un contesto politico, sociale ed economico ripiegato su sé stesso e decisamente complesso: dieci anni di governo regionale guidato da Nichi Vendola (2005-2015), simbolo della sinistra e di politiche innovative territoriali, lo scoppio della vertenza Ilva (estate 2012) con le inchieste della magistratura che dispongono il sequestro degli impianti, la bancarotta della città capoluogo di provincia, Taranto (2005).

Un festival innovativo

D’altronde, la pronuncia di Fame è alternativamente declinabile e significativa, in italiano (= desiderio di cibo) o in inglese (= fama, celebrità, popolarità), e in questo senso già annuncia lo spirito e della filosofia del festival le cui motivazioni sono politiche.

In questo evento, infatti, la street art non è uno strumento di abbellimento estetico poiché il contesto in cui si realizzano le opere è già attraente e non serve alcun tipo di azione riqualificante. Gli artisti sono lasciati liberi di esprimersi a seconda delle loro sensazioni, con interventi realizzati grazie all’autorizzazione del proprietario dell’immobile prescelto.

I luoghi del Fame festival (da famefestival.it)

Non a caso, dopo la prima edizione, l’amministrazione comunale ordina di rimuovere un murale di EricailCane rappresentante un gallo, simbolo della produzione ceramica locale, giudicato poco rispettoso della tradizione.

EricailCane, fase di realizzazione dell’opera, 2008

Gli autori

Per quattro edizioni, EricailCane popola le grandi pareti di Grottaglie di entità zoomorfe giocando con simboli tradizionali locali consolidati nell’immaginario comune, come il già citato galletto e il pumo, un oggetto a forma di pigna, a valenza apotropaica posizionato, perlopiù, sui portoni di ingresso e sulle logge delle abitazioni.

L’arte scomoda caratterizza anche le opere di Blu, uno degli street art più talentuosi al mondo secondo il giornale The Guardian. La sua Toxic Cake svela lo sfruttamento selvaggio e indiscrimanato del territorio.

PER APPROFONDIRE. Tutte le edizioni e gli artisti del Fame Festival

L’evoluzione della street art con Carriere

In questi ultimi anni, l’artista Paolo Carriere ha iniziato ad affollare le pareti del centro storico di personaggi dei cartoni animati più conosciuti : la piccola Heidi, i Flinston, l’intramontabile Pinocchio, il lottatore Uomo Tigre, Gigi la Trottola, Creamy, i mitici calciatori Holly e Benji, il cagnolino giapponese Spank, l’infermiera Kendy, il ladro Lupin e la dispettosa Pollon, la bambina mitologica dell’Olimpo pagano greco.

GUARDA La cartina con la posizione dei murali di Paolo Carriere

Si tratta di opere colorate, di grandezza umana, che rimandano ai ricordi dell’infanzia: l’obiettivo è meravigliare il passante e trasmettere una sensazione di maggiore piacevolezza nella fruizione degli spazi pubblici.

Kenny Random, The musician, quartiere delle ceramiche

Le origini della street art

Il graffitismo nasce negli anni Settanta negli Stati Uniti come espressione della cultura di opposizione giovanile delle zone malfamate di New York. Armati di bombolette spray, i writer dipingono illegalmente sui muri e sui vagoni della metropolitana immagini di forte impatto visivo riferiti a temi scomodi e attuali, quali l’emarginazione, le droghe, la violenza, la sessualità. Le opere sono il frutto di una contaminazione linguistica e figurativa che ha le sue fonti d’ispirazione nei fumetti e nella Pop art fino alla cultura tribale africana e al gesto dell’action painting di Pollock.

Una panoramica delle opere di Keith Haring

Tra gli autori più celebri del graffitismo mondiale, ci sono il misterioso Banksy (forse un ragazzo degli anni Settanta originario di Bristol), Jean-Michel Basquiat (1960-1988) e Keith Haring (1958-1990). Omosessuale dichiarato e morto a causa dell’Aids, Haring inizia la sua carriera nelle stazioni della metropolitana disegnando con gessetti bianchi gli spazi pubblicitari non più utilizzati, foderati di carta nera, in attesa di uno nuovo spot. Il suo è un tratto rapido, le figure colorate sono delimitate da un segno nero e deciso e, spesso, seguono un andamento fluido e ripetitivo, come i ritmi veloci della musica hip hop e della break dance americana.

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