In questi giorni, Massimiliano Fedriga, presidente leghista della Regione Friuli Venezia Giulia, ha dichiarato:
“Mi sono arrivate delle segnalazioni, dove all’interno di alcune classi gli insegnanti hanno fatto delle lezioni unilaterali [sulla strage in atto a Gaza], senza un punto di vista critico su uno o sull’altro punto di vista. Questo penso sia intollerabile perché chi lavora all’interno delle istituzioni e forma i nostri ragazzi non può utilizzare le ore di lezione per portare avanti una propria idea, come verità assoluta, senza un contraddittorio o senza capacità di critica. Se queste segnalazioni corrispondono al vero, chiederò ai parlamentari di fare delle interrogazioni, perché non possiamo più accettare che la scuola venga utilizzata in questo modo”.
Come insegnante che ogni giorno vive in aula (a differenza di Fedriga), queste parole sono insopportabili.
Perché l’aula non è uno dei tanti talk show simili a quelli frequentati da Fedriga, e la storia contemporanea è una cosa seria.

La realtà della scuola
Noi docenti cerchiamo costantemente di offrire agli studenti strumenti di analisi complessi.
Non portiamo “idee come verità assolute”, ma al contrario promuoviamo un approccio critico e plurale alla realtà.
Per questo, sentire un politico intervenire sulla didattica con minacce di interrogazioni parlamentari non sembra un contributo educativo.
Si dimentica che la Costituzione italiana (art. 33) garantisce autonomia ai docenti nella scelta dei contenuti e dei metodi didattici, con l’obbligo di rispettare la libertà di opinione degli allievi.
Con le sue parole, Fedriga ignora la nostra realtà quotidiana e rischia di trasformare la scuola in un campo di scontro ideologico, minacciando la libera autonomia di chi insegna.
Un dovere civile, non una presa di parte
Il nostro compito è esattamente quello di sviluppare il pensiero critico degli studenti, formando cittadini capaci di interpretare dati, fonti e prospettive differenti, anche su temi di drammatica attualità come l’invasione israeliana a Gaza.
Parlare di Gaza a scuola non è un’iniziativa di parte, ma un dovere civile.
Alcuni dicono che “non si fa politica in classe”. In realtà è vero esattamente il contrario: nelle scuole si parla di politica per contribuire alla formazione della coscienza degli allievi.
Perché parlare di Gaza in aula
Affrontare la questione israelo-palestinese a scuola ha molti scopi educativi:
- stimolare la capacità di analisi: confrontare fonti diverse e non dare nulla per scontato;
- coltivare senso civico e responsabilità: capire come i conflitti influiscono sui diritti umani, sulla convivenza globale e anche sul nostro quotidiano;
- contrastare pregiudizi e disinformazione: riconoscere notizie infondate o manipolazioni, riflettendo su propaganda e narrazioni a senso unico;
- offrire strumenti per leggere la realtà globale: aiutare i ragazzi a non restare disorientati dalle semplificazioni, spesso alimentate proprio dai politici per aizzare lo scontro;
- umanizzare le notizie: considerare le vittime dei conflitti, sviluppando empatia e consapevolezza dei diritti universali.
La vera intolleranza
Inutile dire che ignorare o silenziare una tragedia umanitaria come quella di Gaza sarebbe molto più “intollerabile” che affrontarla in un’aula scolastica.
Io, come insegnante, ogni giorno vedo ragazzi che hanno bisogno di strumenti per capire il mondo.
I “Fedriga di turno” restino fuori dalla scuola!
(Nota conclusiva per i lettori del blog: questo articolo è stato scritto come riflessione personale e pubblicato anche sulla mia newsletter Substack. Ho deciso di condividerlo anche qui perché la cultura, se non ci aiuta a leggere criticamente il nostro presente, rischia di diventare sterile. La scuola e la società hanno bisogno di voci libere, e io voglio che anche questo sito sia una di quelle voci.)