Impegno civile nella pittura italiana dell’Ottocento

Il tema dell’impegno civile attraversa la produzione pittorica italiana dell’Ottocento coinvolgendo molti artisti che risentono, con differenti sensibilità, il processo di riunificazione risorgimentale e le conseguenti tensioni politiche e sociali della nuova nazione.
La rappresentazione dell’impegno civile si distingue, perciò,

  • talvolta in una denuncia,
  • altre volte nella documentazione e nella cronaca dei fatti,
  • giungendo sino all’allegoria.

Francesco Hayez

Nel suo saggio pubblicato a Londra nel 1841, Giuseppe Mazzini definisce il veneziano Francesco Hayez (1791-1882) «il capo della scuola di pittura storica che il pensiero nazionale reclamava in Italia». Hayez, infatti, successivamente nominato professore di pittura all’Accademia di Brera a Milano, non potendo trattare apertamente temi antiaustriaci, presenta episodi di epoca medievale, esemplari per la formazione del sentimento nazionale e la lotta contro lo straniero.

Nel Pietro Rossi chiuso dagli Scaligeri nel castello di Pontremoli (1818-20), il protagonista è proposto come un exemplum virtutis, in conflitto tra i doveri pubblici e gli affetti familiari, una metafora perfetta per esprimere, in via indiretta, le speranze contemporanee e l’incitamento agli ideali patriottici.

Hayez, Pietro Rossi chiuso dagli Scaligeri nel castello di Pontremoli, 1818-20

L’odiata occupazione straniera è richiamata soprattutto ne I Vespri siciliani (1822) in cui si ricorda la rivolta contro i francesi scoppiata a Palermo nel 1282, quando un giovane palermitano, per difendere l’onore della sorella, uccide un soldato francese.

Hayez, I Vespri siciliani, 1822

Il messaggio politico passa anche attraverso il ricordo del sangue dei martiri con le date delle gloriose Cinque giornate di Milano incise in rosso sul dorso del libro stretto dalla figura femminile della Meditazione (1851) e i colori delle vesti dei due amanti nel famoso Bacio (seconda versione, 1867) che rimandano alle bandiere delle due nazioni sorelle, Italia e Francia, la cui alleanza, tessuta da Cavour, rese possibile il raggiungimento dell’indipendenza.

L’iconografia garibaldina

Con l’avvicinarsi dell’unità d’Italia, l’iconografia garibaldina accende maggiormente l’immaginario popolare. Il Ritratto di Garibaldi (1861), ad esempio, è il riconoscimento del ruolo dell’eroe italiano ed è realizzato da Silvestro Lega (1826-95), già volontario nella prima guerra d’indipendenza e facente parte di un nutrito gruppo di pittori-patrioti di ispirazione mazziniana e liberale che si incontrano a Firenze, al Caffè Michelangelo.

Il Granducato di Toscana, in effetti, è il luogo più tollerante della penisola per coloro i quali scelgono di aderire alle operazioni militari: Odoardo Borrani partecipa alla seconda guerra d’indipendenza, Giuseppe Abbati perde un occhio nella battaglia di Volturno, Federico Zandomeneghi, appena diciannovenne, segue Garibaldi nel 1860 prima di recarsi a Parigi a far l’impressionista.

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Lega, Ritratto di Garibaldi, 1861

I Macchiaioli (definiti così per il particolare uso del colore sulla tela) preferiscono un taglio cronachistico e anticelebrativo optando per il racconto della vita al fronte del soldato qualunque, le scene di riposo, di rancio, di sosta negli accampamenti o le atmosfere più intime dell’universo femminile rimasto a casa che collabora, a suo modo, all’epopea risorgimentale.

Nuovi temi legati al verismo

Dal settimo decennio dell’Ottocento, in concomitanza con la nascita della letteratura verista e con le problematiche politico-sociali del nuovo stato, emergono nuovi temi. A Telemaco Signorini (1835-1901) spetta ritrarre la follia e la malattia ne La sala delle agitate al San Bonifazio di Firenze (1865) che il letterato Giacosa giudica come «un quadro che mette i brividi della paura e che esercita le spaventose attrazioni dell’abisso».

Signorini, La sala delle agitate al San Bonifazio di Firenze, 1865

La denuncia delle condizioni dei lavoratori irrompe in numerose opere: dal lavoro massacrante delle mondine nella piana del Po di Angelo Morbelli (1854-1919) ai primi scioperi italiani ripresi da Plinio Nomellini (1866-1943) ed Emilio Longoni (1859-1932).

Morbelli, Per ottanta centesimi!, 1895-1897
Longoni, Lo scioperante, 1891
Nomellini, Lo sciopero, 1889

Il secolo si chiude con Il Quarto Stato (1901) del piemontese Giuseppe Pellizza da Volpedo (1868-1907) in cui si sottolinea l’ascesa del proletariato come nuova classe sociale, consapevole dei propri diritti e della propria forza politica all’interno del panorama italiano.

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Pellizza da Volpedo, Il quarto stato, 1901

Questa marcia dei lavoratori è evocata anche in un discorso di Giolitti alla Camera del 1901:

Il moto ascendente delle classi popolari si accelera ogni giorno di più ed è un moto invincibile perché comune a tutti i paesi civili e perché poggiato sul principio dell’uguaglianza fra gli uomini. Nessuno si può illudere di potere impedire che le classi popolari conquistino la loro parte di influenza economica e di influenza politica.

1 commento su “Impegno civile nella pittura italiana dell’Ottocento”

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