Il maestro del Crocifisso di Pulsano

Una piccola cappella nella campagna pugliese nasconde uno strepitoso crocifisso attorno al quale si riuniscono numerosi pellegrini nel periodo quaresimale. La chiesetta, bianca di calce, sorge a Pulsano, in provincia di Taranto, ed è stata ricostruita nel 1840. Il nucleo originario, tuttavia, risale alla seconda metà del Quattrocento e reca l’intitolazione a San Nicola e allo Spirito Santo.

Cappella Crocifisso Pulsano scultura sacra
Cappella del Crocifisso, 1840, Pulsano

Un Crocifisso umano e sofferente

Crocifisso Pulsano Puglia scultura sacra

Dietro l’unico altare di pietra, all’interno di una nicchia, si trova un grande Crocifisso ligneo sanguinante (foto a sx), sconvolgente per la magrezza della cassa toracica e dell’addome e per il colorito bianco, a tratti cianotico, sugli zigomi, sulle labbra e sulle palpebre.

La scultura è menzionata già nel 1510 quando il vescovo Giovanni Maria Puderico, in visita pastorale al casale di Pulsano, riporta chiaramente che “extat imago Salvatoris nostri Jesu Christi Crucifixi sculpta in ligno“.

Il monsignore tarantino rimane colpito da un’opera il cui modello iconografico richiama il Cristo patiens, sofferente sulla croce, in atto di morire, con il corpo che cade verticalmente sotto il suo stesso peso, retto soltanto dai tre chiodi e sostenuto da sottili braccia.

La diffusione di un Cristo più umanizzato e reale, in contrapposizione ad un Cristo trionfante e vincitore sulla morte, si impone in area toscana a partire dal XIII sec. con autori come Giunta Pisano e Giotto per le croci dipinte su tavola, e Donatello per la scultura in legno policromo con il famoso crocifisso di Santa Croce a Firenze (1406-08). Per quest’ultimo, così lontano dalle serene composizioni anatomiche del Rinascimento fiorentino, pare che Donatello abbia tenuto presente un modello vivo, in carne ed ossa, tanto da far sembrare Gesù un contadino nel suo brutale naturalismo e nella rude espressività.

PER APPROFONDIRE. Vivo o morto? Crocifissi dipinti nel Basso Medioevo

Descrizione dell’opera

Al di là dei modelli iconografici lontani nel tempo e nello spazio, nel Crocifisso di Pulsano la tensione fisica, esasperata dal corpo a Y e da una superficie continuamente percorsa da ossa e muscoli rialzati, segue una tensione drammatica riscontrabile, dapprima, nel volto.

La bocca è rivolta verso il basso rendendo visibile la dentatura superiore. Gli occhi sono quasi chiusi e sanguinanti, segno della perdita di conoscenza di Gesù. Le orecchie hanno un grande padiglione auricolare, il naso oblungo con piccole narici si caratterizza per l’accentuazione della zona glabellare. Gli zigomi sono pronunciati e cianotici, la mandibola è ricoperta da una barba lunga, lavorata con cura a rialzo, che parte sotto i lobi e termina sul mento dividendosi in due parti.

Crocifisso Pulsano Puglia Scultura lignea
Volto del Cristo Crocifisso (foto Dino Maglie)

Il capo chino, ruotato a destra, è incorniciato da una capigliatura fitta e lunga, con ciocche ondulate e parallele (che, tuttavia, si intrecciano dietro la spalla), divise da una scriminatura centrale, probabilmente composta da più parti assemblate.

Una parte dei capelli cadono sulla spalla destra, fino alla ferita sul petto, scavata nel legno da cui fuoriesce del sangue che si dispone triangolarmente in altorilievo, accennando un effetto plastico. La ferita rimanda al racconto evangelico di Giovanni:

Era il giorno della Parasceve e i Giudei, perché i corpi non rimanessero sulla croce durante il sabato chiesero a Pilato che fossero spezzate loro le gambe e fossero portati via. I soldati […], venuti però da Gesù, vedendo che era già morto, non gli spezzarono le gambe, ma uno di loro con una lancia gli colpì il fianco, e subito ne uscì sangue e acqua. Questo infatti avvenne perché si compisse la Scrittura: Non gli sarà spezzato alcun osso.

Uno stato di conservazione allarmante

A ben guardare, la scultura presenta innumerevoli rotture del materiale e la caduta dello strato pittorico. A mio parere, inoltre, parte delle numerose riproduzioni delle macchie di sangue potrebbero essere state aggiunte in tempi successivi alla realizzazione dell’opera.

I ritocco arbitrari, d’altronde, che interessano anche altre opere pulsanesi lignee e di cartapesta, seguono le mode del tempo e sono più frequenti in quelle statue utilizzate durante la Settimana santa che hanno il compito di enfatizzare, tramite le ferite e le espressioni doloranti, la sofferenza di Gesù nel momento della Passione.

Il Crocifisso di Ostuni

Crocifisso Ostuni Cinquecento Puglia scultura sacra

Ho riscontrato la stessa tipologia di crocifisso nella chiesa della Confraternita del Carmine di Ostuni, in provincia di Brindisi. Questo convincimento deriva dall’osservazione diretta delle due opere che presentano la stessa scarnificazione del corpo nei fianchi, nel torace in cui sono riconoscibili le singole costole, e negli arti superiori ed inferiori, percorsi da sporgenze ossee appuntite in corrispondenza dei gomiti e delle ginocchia.

E’ sorprendente, soprattutto, lo studio anatomico della spalla sinistra: la clavicola e tutte le articolazioni circostanti ad essa connesse sembrano sul punto di rottura, ormai fiaccate dal peso del corpo aggrappato ai chiodi. L’anatomia del cranio, l’espressività del volto, la ciocca dei capelli pendente sulla destra fino alla ferita del costato, la chiusura delle tre dita delle mani (medio, anulare e mignolo) completano la conformità fra le opere e fanno supporre una stessa mano modellatrice (o bottega) di provenienza meridionale.

Un artista sconosciuto

La scultura ostunese ha una migliore fattura complessiva a causa di un’accuratezza nella lavorazione dei capelli e della barba, nella disposizione delle gambe (quasi a formare una X) e del piede destro sotto a quello sinistro. A tal proposito, si può supporre che, per il crocifisso ostunese, l’ignoto artista abbia raggiunto una maturità tecnica ed esecutiva dovuta all’esperienza o, chissà, a viaggi di studio e formazione a contatto con altri ambienti artistici.

crocifisso ostuni chiesa del carmine scultura Puglia
Crocifisso, chiesa del Carmine, Ostuni

Di sicuro, le due opere esaminate sono lontane dalle creazioni di Stefano Pugliese da Putignano (1470 circa – dopo il 1538), il virtuoso scultore del Rinascimento pugliese, e non sono fonte di ispirazione per i successivi modelli serpentinati del gallipolino Vespasiano Genuino (1522-1637) e tragici del frate francescano Angelo da Pietrafitta, in Puglia dal 1693.

Il dettaglio del perizoma di Cristo

A conclusione, vorrei soffermarmi sul perizoma, il panno bianco che avvolge il bacino di Gesù, conosciuto anche come il velo della purezza.

La sua presenza non è riportata nei Vangeli canonici ma solo in quello apocrifo di Nicodemo: “Quando giunsero al luogo (stabilito), lo spogliarono dei suoi abiti, gli misero un perizoma di lino, e posero sul suo capo una corona di spine e lo crocifissero“.

Alcuni testi di letteratura religiosa tardomedioevale raccontano che la Madonna copre con il suo velo le pudenda di Gesù prima della crocifissione e che quel velo, in realtà, è lo stesso con cui la Vergine aveva avvolto il Figlio al momento della nascita. L’indumento, così, diventa, al tempo stesso, attributo dell’Incarnazione e prefigurazione della Passione.

In entrambe le sculture, viene lasciato scoperto il fianco destro laddove il panno è agganciato in vita da un filo, o un nodo, di corda. Il perizoma di Pulsano, tuttavia, sembra posticcio e ridipinto mentre quello ostunese, in tela di sacco, è maggiormente lavorato per ricreare le pieghe. A detta dei confratelli del Carmine, è rimovibile e cela le intimità di Gesù scolpite a rilievo. Un particolare inconsueto e non trascurabile se l’intento dell’artista è quello di sottolineare la natura umana di Gesù (“vero uomo e vero Dio” secondo la decisione del concilio di Nicea), i segni della sua sofferenza e morte.

[Tutta la documentazione fotografica è curata da Dino Maglie]

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *